Addosso, quel gelo da palestra appena aperta alle scuole elementari, campanella, prima ora, mani fredde e rumore che rimbomba e rende tutti uguali. Il campione, l’allenatore, i pincopalla della vita. Mattina presto, il ritrovo è lì. Si deve tornare bambini per comprendere che una favola si sta avverando. Succede con le cose belle, arrivano piano, timide, senza bussare e quando te ne accorgi sono con te. Tedoforo alle Olimpiadi. Tedoforo quando pensavi che il tuo posto nello sport fosse quello di chi guarda, racconta, interpreta, restando sempre un passo di lato. Per questo ho corso piano: volevo sentire il rumore dei passi, il fiato che s’accorcia e sorridere a marciapiedi di bambini con le bandierine tricolori. Ero felice.
Svanito l’imbarazzo di esserci non per i risultati, non per le medaglie, ma per fedeltà che poi è una medaglia. Fedele e presente dai lontani Giochi di Atene 2004, mentre correvo piano ho capito che c’era tutto ciò che conta dietro quella fiamma. E c’era lui. Mio padre che non c’è più e che lo sport ha praticato fino all’ultimo giorno. Mio padre che da ragazzo si allenava con chi avrebbe scritto una pagina eterna della velocità italiana, Livio Berruti. Quel tratto di strada assieme ha cancellato le polemiche del prima e del poi sul viaggio della fiamma, i commenti, le etichette acide rivolte a tutti coloro che non avevano medaglie e podi e inni da esibire. Quegli intrusi. Come se la fiamma fosse una proprietà privata, come se l’Olimpiade fosse il risultato e non il viaggio, e il valore si misurasse solo in punteggi, centimetri, cronometri e curriculum. Parole che all’inizio hanno fatto male, perché arrivavano da chi confonde la vetrina con il senso profondo di un valore che deve essere accessibile a tutti. Portare la fiamma non è autocelebrazione, è restituzione, è ridare allo sport un po’ di quello che ti ha regalato; è restituire a se stessi la certezza che si può essere parte di qualcosa di enorme anche senza medaglie al collo. Quando alla fine ho passato la fiamma a Mirko, ho sentito il peso della responsabilità diventare leggerezza e ricordo avvolgente. Come se il peso fosse stato giusto solo finché correvo, in quei metri condivisi con la gente, con la festa, con il silenzio dentro.
Nella palestra, al freddo, poche ore prima mi era venuto incontro questo ragazzo, avrà avuto poco più di vent’anni. Un’espressione serena e gioiosa, senza medaglie e senza podi. «Salve, sono il numero 11, passerai la fiamma a me, sono Mirko» aveva detto. «Piacere, numero 10...». Ma i tedofori non sono solo numeri, in quei pochi metri incarnano la fiamma, i valori che rappresenta, sono la fiamma e la sentono chiunque essi siano.
Quando il numero 11 si è allontanato con la torcia, mi sono guardato attorno esattamente come un minuto prima e, che strano! Questo distributore non lo avevo notato... E neppure il parcheggio del discount? Dalla palestra delle elementari al supermercato. In fondo, la vita.