Strano, in Italia è stato dimenticato proprio il Vonnegut anti-ugualitario

Alessandro Gnocchi

K urt Vonnegut (1922-2007), nel racconto che pubblichiamo in queste pagine, immagina un futuro in cui, finalmente, è stata realizzata la perfetta uguaglianza. C'è solo una «piccola» controindicazione. Per realizzare la perfetta uguaglianza bisogna rinunciare alla libertà, in particolare quella di pensiero. Le idee originali sono inibite attraverso strumenti che mettono a tacere il cervello. Suoni e rumori insopportabili, sparati nelle orecchie da impianti biotecnologici. Se poi il caos acustico non dovesse bastare, il potere, rappresentato dal Generale Livellatore, dispone di potenti pistole della vecchia scuola. Anch'esse mettono a tacere. Per sempre.

Harrison Bergeron è un diverso fin dalla nascita (a quattordici anni è alto oltre due metri) e non vuole saperne di sottomettersi. Viene sbattuto in prigione. Evaso dal carcere, concretizza la sua ribellione in un sublime gesto artistico, senza violenza, senza odio, né armi. I genitori inebetiti ne osservano le gesta davanti alla televisione. Per un attimo sembrano capire...

Non succede spesso di imbattersi in una denuncia così netta (e così divertente, visto il taglio satirico) del sogno ugualitario. Un'utopia che si può realizzare solo con la violenza. Sorprendente, poi, che tale invettiva esca dalla penna di Vonnegut, un'icona dell'America progressista. Un autore giustamente celebrato anche qui da noi. Di Vonnegut è stato pubblicato molto. Si può dire sia stato spolpato a dovere. Eppure questo racconto, amato negli Stati Uniti dove è stato adattato due volte per la tv, è stato dimenticato (vedi scheda sulla storia editoriale nella pagina accanto). Già. Perché è in Italia non ha avuto il giusto risalto proprio questo racconto contro l'ugualitarismo?

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