Che si tratti di un record è fuori di ogni dubbio. Sono passati appena 10 mesi da quando si è votato per le elezioni politiche. Ma già si respira aria di fine legislatura. Il governo ha riottenuto per il rotto della cuffia la fiducia in Parlamento. E l'unico compito che gli stessi esponenti di centrosinistra si sentono di potergli dare è quello di preparare una nuova legge elettorale e portare il Paese al voto. Non a caso all'indomani dei voti di Camera e Senato che hanno rimesso in pista lUnione l'argomento su cui si appunta l'attenzione di tutte le forze politiche è quello della riforma elettorale. Come se Dico, Afghanistan, pensioni fossero questioni ormai archiviate. E l'unico nodo da sciogliere prima della fine della legislatura fosse la scelta del nuovo sistema con cui andare al voto.
Al di là di qualsiasi valutazione di parte questo è il segno inequivocabile di un fallimento. Gigantesco e clamoroso. È fallita la maggioranza che ha vinto con appena 24mila voti di scarto le elezioni. È fallita la formula su cui tale maggioranza era stata formata, cioè il sinistra-centro. Ed è fallito l'uomo che questa maggioranza aveva scelto per portare avanti il suo programma e che ha trasformato l'asse privilegiato con la sinistra estrema nel tratto distintivo del proprio governo.
Naturalmente Romano Prodi, forte della difficile fiducia di Palazzo Madama e della più semplice fiducia di Montecitorio, ostenta sicurezza. Ma è perfettamente consapevole che d'ora in avanti è un presidente del Consiglio dimezzato. Forse potrà ancora manovrare da Palazzo Chigi per continuare a favorire i poteri forti che lo sostengono. Ma di avviare una qualsiasi minima riforma non se ne parla nemmeno. E anche la possibilità di continuare a utilizzare il governo come succursale del vecchio Iri non sembra affatto scontata, visto il malumore aperto dei Ds per l'eccessiva disinvoltura con cui il presidente del Consiglio pretende di irizzare a proprio vantaggio pezzi della finanza e dell'economia nazionali.
Alla difficoltà di Prodi corrisponde però una difficoltà, sicuramente minore ma altrettanto certa, dell'opposizione. Se il centrodestra avesse avuto una concreta e unitaria proposta di sbocco della crisi, l'esito della vicenda del governo rinviato alle Camere sarebbe stato sicuramente diverso. Può essere che questa difficoltà dipenda dalle differenti posizioni tra i singoli partiti sulla riforma elettorale. Ma è fin troppo evidente che fino a quando Forza Italia, An, Udc e Lega continueranno a marciare divisi senza essere in grado di colpire uniti, il governo dimezzato di Prodi potrà continuare a sopravvivere.
Sulla legge elettorale si gioca il futuro del Polo
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