Come tagliare e cucire gli scrittori a propria immagine e somiglianza

Nessuno vorrebbe avere, come compagno di banco, o vicino di casa, o commilitone, o collega d’ufficio, Adam Thirlwell. Sulla sua faccia non ci esprimiamo (ma quel sorrisetto da primo della classe, quel guardare da sotto in su, quelle occhiaie da lettore notturno, insomma, quell’aria rimbaudiana da ragazzo maledettamente prodigio...). Su un dettaglio del suo nuovo libro, invece, ci esprimiamo volentieri. Anche perché lui stesso va pazzo per i dettagli, visto che ne sciorina quasi quattrocento pagine. E perché non è un dettaglio trascurabile.
Ebbene, a pag. 377, introducendo le Note, scrive: «Ho cercato di risalire a tutte le fonti, ma in alcuni casi, per colpa degli effetti casuali delle mie letture, non sono riuscito a rintracciarle. Il lettore non deve sorprendersi se troverà indicate diverse edizioni di uno stesso romanzo; né scandalizzarsi dei riferimenti a edizioni tascabili, cattive traduzioni, o addirittura ai miei stessi tentativi di traduzione». I corsivi sono nostri, e ce li teniamo ben stretti. «Effetti casuali» delle letture? Ma tutti gli effetti delle letture sono casuali, è il bello del leggere, si sa dove si comincia, ma non dove si arriva: chi non vuole effetti casuali fa il matematico o il chimico. «Scandalizzarsi» per le «edizioni tascabili» e per le «cattive traduzioni»? Ma le edizioni tascabili sono, da quasi un secolo, e comunque da molto prima che Thirlwell nascesse, nel 1978, il pascolo dove il lettore comune preferisce andare a nutrirsi. E le cattive traduzioni? Che cosa vuol dire «cattiva traduzione»? Gira che ti rigira, vuol dire una cosa sola: «traduzione». Altrimenti sulla Terra si parlerebbe una sola lingua, no? Quanto alla falsa modestia di quel «tentativi di traduzione»: ma dài, Thirlwell, lo sai benissimo di essere bravo, non fare il pesce in barile (the fish in the barrel, cattiva traduzione, diciamo pure traduzione da rimandato a settembre in inglese - ci si perdoni la parentesi autobiografica). La rivista statunitense Granta, che ovviamente nessun lettore ruminante ha mai avuto per le mani, ti colloca, per Politics e La fuga, editi in Italia da Guanda, fra i maggiori talenti della tua generazione.
E anche qui, in questo Mademoiselle O (ancora Guanda, pagg. 494, euro 25, traduzione - buona, cattiva, così così? vai a sapere... - di Riccardo Cravero), lo confermi. Cioè, oltre a confermare l’impressione d’esser uno che a scuola non suggeriva durante i compiti in classe; uno con la divisa sempre in ordine; uno che fa alla perfezione la raccolta differenziata; uno con la scrivania pressoché sgombra (c’è una foto su wuz.it che lo prova), confermi d’essere un cannone quando si tratta di fare le pulci ai libri altrui. Borges, Joyce, la Austen, Flaubert, Diderot, Gogol’, Svevo e compagnia li spogli, li sovrapponi, li sezioni. Ne dissezioni il lessico, la musica, lo stile. Ecco, lo stile. «E una traduzione accurata, a mio parere, può essere intesa anche come un pastiche volontario: la riproduzione di uno stile», dici. E dici anche: «Per poter apparire originale, a uno scrittore giova essere parte di una serie. Giova essere non originale. Solo allora verrà rilevata la sua originalità». Perfetto.


Allora devi ringraziare il tuo editore italiano che ti ha cambiato il titolo, da Miss Herbert, che poi sarebbe la governante di Flaubert nonché la traduttrice inglese ideale di Madame Bovary, a Mademoiselle O, cioè la governante alla quale Nabokov dedicò il racconto che ripubblichi in inglese, francese e italiano. Aveva ragione Totò: «la serva serve».

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