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Riccardo Muti regala a Torino il "Macbeth" più oscuro

La prima dell’opera di Verdi offre al pubblico un’esecuzione che enfatizza il dramma shakespeariano

Riccardo Muti regala a Torino il "Macbeth" più oscuro
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Due grandi campioni si incontrano al Teatro Regio di Torino: alla fine di un Macbeth di Giuseppe Verdi da incorniciare, Yuri Chechi stringe la mano a Riccardo Muti. Il signore degli anelli rende omaggio al signore del podio. E quando qualcuno azzarda un parallelo tra le vette toccate in pedana e quelle conquistate in orchestra, Chechi sorride e si schermisce: qui si è viaggiato ben oltre.

Ottantaquattro anni all'anagrafe, sessanta trascorsi sul podio, Muti torna al titolo che più di ogni altro ha diretto, e per il quale s'è rimesso in discussione studiando la partitura da capo: perché per gli Artisti non esiste mai l'ultima parola. È con quest'opera che rientra al Regio, teatro dove si trova bene, che ama per l'orchestra e le maestranze, e dove tornerà fra due anni per un nuovo titolo. Mentre questo Macbeth è atteso al Massimo di Palermo nel febbraio del 2027, in platea c'è Alvise Casellati, direttore artistico del teatro siciliano.

Oggi Muti dirige pochissime compagini, tutte al vertice Wiener, Berliner, Chicago ma non rifugge la sfida di lavorare anche con orchestre prive di blasone, dimostrando che cosa può accadere quando il mestiere si unisce al carisma. Il mestiere dell'artigiano del suono: gli basta un minuto per creare la tinta dell'opera. Non a caso, tra il pubblico si scorgono anche diversi sovrintendenti arrivati a Torino per corteggiare il maestro, nella speranza di strappargli un futuro progetto; tra questi Carlo Fuortes, capitano del Maggio musicale fiorentino.

L'attacco è esemplare. Quel cerchio di note stregate, un disegno circolare che sa di fumo e di buio, mette subito in moto il destino. Oboe, clarinetti e fagotti intonano la frase cupa; affiora un suono aspro, quasi una cornamusa scozzese deformata, infernale. Il tema delle streghe è graffiato, terroso. Muti scava nel verso shakespeariano filtrato da Verdi, pretende che ogni sillaba abbia un peso, un colore, una responsabilità tragica. Lo segue il baritono Luca Micheletti nel ruolo del titolo: gran scultore della parola, presenza scenica con pochi pari nel Dna scorrono generazioni di uomini e donne di teatro disegna un Macbeth corroso dal tarlo del disordine e del male, ossessionato dall'idea di essere re. La regista Chiara Muti costruisce un luogo d'ombre visto attraverso l'occhio del protagonista, facendoci entrare nella sua mente. Qualche momento di stanchezza vocale di Micheletti, condiviso con la Lady Macbeth di Lidia Fridman fatta della stessa materia delle streghe, tentatrice e prevaricatrice è superato da un esemplare stare in scena, da una totale adesione al personaggio.

Cronaca di applausi scroscianti: al cast, alla regista, ma soprattutto a Riccardo Muti, festeggiato alla fine e a scena aperta. Una prima che per una sera ruba la scena persino al Festival di Sanremo. Lo stesso Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla Cultura, scherza: «Qualcuno mi definisce il sottosegretario di Sanremo, ma questa volta sono qui, e mi piace sottolinearlo. Per una sera sono il sottosegretario di Verdi». Ad accoglierlo, il sovrintendente Mathieu Jouvin e il sindaco Stefano Lo Russo.

Fuori, la bella Torino dei palazzi aristocratici, delle botteghe di cioccolato e dei caffè dove si è fatta l'Italia; dentro, una platea dove si scorgono Lina Sastri, Linda Messerklinger, Marco Ponti, Cristina Chiabotto, quindi la borghesia cittadina e istituzioni.

Le repliche scorrono fino a settimana prossima. Poi Muti volerà oltreoceano: il 19 marzo sarà già sul podio della Chicago Symphony Orchestra; in aprile approderà a Tokyo con Don Giovanni, titolo tenuto a battesimo proprio qui a Torino.

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