Temirkanov mette in moto la fantasia

Confessatelo, che anche voi avete fatto questo sogno: siete sul podio di una grande orchestra e venite circondati dai suoni che suscitate. Più che dirigere, vi immergete nella musica: come Topolino in Fantasia. Come se per qualche misteriosa energia scaturisse direttamente dal vostro gesto un miracolo di meraviglie. Ma non si può. Il mestiere del direttore non consiste nel trionfo dell’immedesimazione e della fantasia, ma in un lavoro metodico che nasce da tecnica e da una serie di convenzioni professionali.
Yuri Temirkanov può. È incredibile, ma ciò che fa sul podio sembra nascere come estro del momento. Sembra che dia dei fendenti a mano aperta sui professori d’orchestra e un attimo dopo invece eccolo interpretare con le mani un trillo aereo incantato; eccolo muoversi come se il suo stesso movimento non potesse finire che in quel suono che sentiamo, oppure eccolo aspettare l’a solo di uno strumento come una sorpresa. Tutto si fonda su un mondo costruito nella natura, nella cultura, nel senso complessivo di un ordine, ma sembra un’improvvisazione. E le orchestre lo seguono; la sua consueta, poi, la Filarmonica di San Pietroburgo, è protagonista con lui della magnifica avventura.
L’altra sera, alla Scala, per l’inaugurazione della rassegna MiTo, ha presentato un programma di Prokofiev entusiasmante. Si è bevuta la sinfonia Classica, come se attraversasse le memorie di una civiltà passata che può offrire ancora stimoli e fragranze. Poi, ha chiamato alla complicità, nel Secondo concerto, il pianista orientale Kun Woo Paik, che ha intrapreso con lui una sfida nello scatto e nella leggerezza. Sembrava una partitura nata sul momento; la qualità dello straordinario solista ha avuto modo di effondersi nella precisione del tocco e delle idee, come se il direttore e lui si divertissero a riunirsi e distaccarsi; il che risponde alla natura di questa musica che mostra di seguire il linguaggio classico, è sempre sul punto di irriderlo, e all’improvviso lo ricompone.
La terza composizione era una suite dal balletto Romeo e Giulietta, e mai come in questa circostanza abbiamo sentito che cosa può essere per lo spirito russo la grandezza di Shakespeare. Un palcoscenico immaginario popolato di personaggi, struggimenti intimi, smarrimenti, tragedia. La nitidezza di ogni dettaglio, la crudezza di ogni timbro, l’abbandono quasi fatale alle conseguenze di ogni scelta ci hanno immesso in una fantasia consapevole e insieme stregata. Acclamazioni, due bis, grande impressione per il pubblico di avere assistito a un prodigio di quelli che si vorrebbe raccontare e già si sa che è impossibile.