Tensione fino all’ultimo tra Berlusconi e Tremonti

Sole a parte, la giornata non promette nulla di buono fin dalla prima mattina. Quando appena arrivato a Roma Berlusconi decide di cancellare dall’agenda gli incontri con regioni, enti locali e parti sociali. Tremonti se la veda da solo, è il senso del ragionamento del premier che sperava di spuntare ritocchi ben più incisivi al testo della manovra preparato a via XX Settembre. E che dopo più d’una telefonata con Gianni Letta decide di restarsene a Palazzo Grazioli e lasciare al ministro dell’Economia il compito di illustrare le «sue» misure anti crisi. Quello che non va giù al Cavaliere è soprattutto la rigidità di Tremonti che, spiega nelle sue conversazioni private, «in questi ultimi giorni mi ha creato un sacco di problemi». Non solo nel braccio di ferro sulla manovra - in particolare il premier non gradisce la tracciabilità dei pagamenti di vischiana memoria - ma pure rispetto agli altri ministri che come al solito hanno passato l’ultima settimana a lamentarsi. Senza contare che anche Letta e Fini hanno provato a lungo a far muro sui tagli alla pubblica amministrazione.
Così, dopo essersi affidato alle ambasciate del sottosegretario alla presidenza del Consiglio per tutto il weekend perché «non ce la faccio più a sentirlo dire che si vuole dimettere», Berlusconi decide di affrontare la questione di persona. E invece di dare il via al Consiglio dei ministri si chiude nel suo studio insieme a Tremonti e Letta per un’ora e mezza buona. Un faccia a faccia nel quale il Cavaliere spiega con chiarezza che la manovra non lo convince affatto e che non è possibile che un ministro dell’Economia non voglia sentire ragioni da nessuno, nemmeno da Letta. Una riunione nella quale il premier riesce a strappare qualcosa se il tetto per la tracciabilità dei pagamenti sale dai tremila euro a cui puntava Tremonti fino a cinquemila e se pare destinata a crescere anche la soglia per la riduzione degli stipendi dei manager pubblici. E un punto a favore lo segna anche Palazzo Chigi visto che dal testo definitivo sparisce la riorganizzazione della Protezione civile.
All’ultima curva, dunque, la diplomazia di Letta riesce in qualche modo a riequilibrare una manovra che ancora durante il preconsiglio dei ministri non sembrava soddisfare né Berlusconi né il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Che nella riunione preparatoria con i tecnici di tutti i ministeri non spiccica una parola e lascia al capo del Dipartimento affari giuridici di Palazzo Chigi il compito di illustrare le misure anti crisi. Così, il redde rationem avviene tra le quattro mura dello studio del premier, mentre a tre saloni di distanza i ministri aspettano per un’ora e mezza buona che inizi il Consiglio. Un modo per evitare che il braccio di ferro diventi di dominio pubblico, visto che il Cavaliere sa bene che ogni parola pronunciata in riunioni allargate finisce puntualmente sui giornali. Lunedì scorso, per dirne una, durante la consulta economica del Pdl è stato chiesto a tutti i presenti di consegnare i cellulari (la prima ipotesi era quella di visionare la liste delle chiamate effettuate) anche se pare che il responsabile della fuga di notizie sia stato individuato (sarebbe un ex An).
Così, durante il Consiglio dei ministri è tutto uno scambio di gentilezze e cortesie, tanto che neanche i ministri solitamente più critici verso Tremonti decidono di aprire fronti. Il segnale, è il senso dei ragionamenti del Cavaliere, deve essere quello di un governo compatto e non litigioso. Per questo Berlusconi decide di andare a Palazzo Grazioli in macchina con il titolare dell’Economia (stessa scena l’aveva fatta lunedì Letta) e per la stessa ragione da Palazzo Chigi trapela che la manovra sarà illustrata oggi dal premier e da Tremonti in una conferenza stampa congiunta visto che ieri l’ora era decisamente tarda.
Pur con mille perplessità, insomma, Berlusconi è deciso a metterci la faccia, per dire che si tratta di misure volute dall’Europa e non punitive. E per sottolineare pubblicamente il lavoro di squadra con Tremonti. Che poi i problemi ci siano stanno lì a testimoniarlo gli 83 minuti di Consiglio dei ministri (per la manovra dello scorso anno ce ne vollero 13), il fatto che per tutta la notte si è messo mano alle tabelle e la cena di Palazzo Grazioli con i vertici della Lega. Tutti, Umberto Bossi per primo, pronti a solidarizzare e confermare «piena fiducia» a Tremonti.

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