Terrore a Gaza È scoppiata la guerra degli integralisti

Gaza è senza pace. È il destino di questa striscia di terra dove spunta sempre un gruppo più integralista. Basta poco. Basta il sermone di un medico troppo esaltato durante la preghiera del venerdì. Il suo nome è Abdel-Latif Mussa ed è il leader di Jund Ansar Allah, un sodalizio emergente fedele agli slogan del jihad internazionalista formato da qualche centinaio di «Guerrieri di Dio» che accusa Hamas (movimento integralista anch’esso, ma d’impronta nazionale palestinese) di mollezza nell’applicazione della legge coranica. Il risultato è che Gaza è diventata di nuova terra di battaglia islamica, con un assalto alla moschea di Rafah da parte delle milizie di Hamas. Si parla di 16 morti e centinaia di feriti. È l’integralismo che combatte contro l’integralismo.
Al grido di «noi apparteniamo ad Al Qaida, Osama Bin Laden è la nostra guida», Mussa si è lanciato in una filippica contro Hamas, salito al potere a Gaza nel 2007 dopo aver battuto e confinato alla sola Cisgiordania i rivali laico-nazionalisti di Fatah. Asserragliato con i suoi nella moschea-roccaforte di Rafah, il tribuno di Jund Ansar ha rinfacciato ad Hamas di cercare contatti «con (Tony) Blair e (Jimmy) Carter invece di attuare la Sharia», ma anche di aver confiscato ai «Guerrieri di Dio» un carico di armi. Poi ha tuonato: «Se Hamas seguisse il volere di Dio e il Jihad, noi saremmo i suoi servi. Ma se pensa di entrare nelle nostre moschee gli taglieremo le mani».
Detto fatto. Tempo pochi minuti, la polizia di Hamas è piombata sul posto ed è cominciato l’inferno. Dapprima una sparatoria breve. Quindi l’intervento di rinforzi su entrambi i fronti, l’arrivo al fianco della polizia degli uomini delle Brigate Qassam (il feroce braccio armato di Hamas) e infine lo scontro aperto, con mitra ed esplosivi. Finché le forze di Hamas non sono riuscite a espugnare il covo degli iper-iper integralisti.
Fra i morti figura Mohammed al-Shimali, capo delle Brigate Qassam a Rafah, ma si contano anche civili, mentre almeno cinque dei feriti sono considerati dai medici in grave pericolo. Testimoni oculari hanno descritto una scena infernale, seguita da una sorta di coprifuoco. In tarda serata Rafah è stata stretta in una morsa di posti di blocco ed è iniziata la caccia all’uomo.
Oltre ai militanti catturati o colpiti nella moschea, fermi sono in corso nei confronti di tutte le persone vestite alla pachistana, un costume esotico per i palestinesi, ma divenuto comune tra i seguaci di Jund Ansar Allah e di altre sigle affini. Non è chiaro però se fra gli arrestati ci sia Mussa. I «Guerrieri di Dio» non sembrano per ora in grado di minacciare il potere di Hamas, malgrado la violenza e lo spargimento di sangue di ieri sera. Il loro attivismo e fanatismo - sottolineano alcuni osservatori - potrebbe tuttavia generare un inedito focolaio di tensione permanente in seno alla stessa trincea integralista.
In un’altra moschea, il premier dell’autoproclamato governo di Hamas a Gaza, Isamil Hanyeh, si era premurato di assicurare che nella Striscia non ci sono mujaheddin afghani, iracheni o di qualunque altro Paese venuti a spargere il verbo di Al Qaida. E aveva bollato le voci circolate al riguardo come frutto della «propaganda sionista». Resta in ogni caso la sensazione che Hamas sia costretto forse per la prima volta - dopo due anni di dominio incontrastato, ma anche di distruzioni e impoverimento della popolazione, sull’onda del blocco imposto alla Striscia da Israele e delle conseguenze dell’offensiva «Piombo Fuso» - a guardarsi le spalle sul fronte interno. Tanto più che, dalla Cisgiordania, anche i rivali laici di Fatah, il partito del presidente moderato dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen (Mahmud Abbas), provano a rialzare la testa dopo il congresso di Betlemme e il parziale rinnovamento dei vertici. Come rivela l’emergere nel nuovo Comitato centrale di una maggioranza - di «colonnelli» cinquantenni e non solo - decisa a cercare la rivincita.

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