Terrorista arrestato "In viale Jenner si predica la jihad"

L’interrogatorio di Moez Fezzani, il mujaheddin catturato dagli americani in Pakistan, giunto a Milano nel 1988. "Nell’istituto ero criticato perché troppo moderato: volevo diffondere il Corano senza la jihad"

Terrorista arrestato 
"In viale Jenner 
si predica la jihad"

La moschea di viale Jenner come covo dei «duri», base di prediche e di arruolamenti per la guerra santa: è un racconto dall’interno, messo a verbale davanti alla Procura milanese da un mujaheddin catturato dagli americani in Pakistan, rinchiuso nel carcere di Guantanamo e consegnato all’Italia alla fine dell’anno scorso. Si chiama Moez Fezzani, e fornisce pochi ma precisi dettagli sul clima che si respirava in viale Jenner a metà degli anni Novanta, quando l’imam della moschea era Anwar Shaban, che poi andrà a combattere in Bosnia e vi troverà la morte: ucciso non dai nemici serbi, rivela Fezzani, ma dai croati, su richiesta dei suoi stessi confratelli bosniaci.
Fezzani racconta di essere arrivato in Italia nel 1988 e di avere tirato a campare facendo l’ambulante. A Milano viene avvicinato da un predicatore pacifista del gruppo Daaoua Tabligh «che definirei un po’ come i testimoni di Geova». Si tratta dei Tabligh, l’«associazione del messaggio», un gruppo islamico moderato nato in India nell’Ottocento. Ma che proprio per la sua moderazione era malvisto in viale Jenner: «In quel periodo in viale Jenner non si parlava bene del gruppo di cui facevo parte in quanto lo si accusava di volere diffondere l’Islam senza seguire alla lettera il Corano ed applicare i suoi precetti quali certamente la Jihad». Ed è ascoltando le prediche di Anwar Shaban che Fezzani decide invece di trasformarsi in combattente. «Fu così che io parlai con lui della mia intenzione di andare a combattere in Bosnia e lui, dopo aver verificato la mia determinazione rappresentandomi la durezza delle condizioni che avrei trovato, fece in modo che io raggiungessi quei luoghi. Tutto avvenne molto velocemente nel giro di tre o quattro settimane Dopo la fine dell’ultimo sermone che avvicinai Anwar Shaban per chiedergli come si potesse raggiungere la Bosnia e combattere Anwar Shaban mio diede quindi le indicazioni ed in particolare mi diede un numero telefonico che corrispondeva alla sede di Katiba el Mojahidin», il quartier generale dei combattenti a Zanica, in Bosnia. Qui viene addestrato, diventa un guerrigliero, partecipa a tre operazioni vittoriose contro i serbi.
Quando torna a Milano, trova i video di quelle battaglie in vendita in viale Jenner.

Ma a quel punto, nella comunità milanese stanno iniziando a prevalere le voci del dialogo: «C’era chi sosteneva che si dovesse portare la jihad ovunque, ma c’era anche chi riteneva di avere un rapporto corretto con uno Stato democratico quale l’Italia ».

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