Tony Renis: «Tanti premi ma il mio sogno è l’Oscar»

Paolo Giordano

Comunque vada, Tony Renis è un libro da sfogliare. Venerdì sera gli hanno consegnato il «Premio Fregene per Fellini» e lui inizia, piano piano, a squadernare i suoi ricordi, i ricordi di mezzo secolo di una carriera che intreccia musica, cinema e televisione come a pochi altri è accaduto. Tony Renis è senz’altro uno degli italiani di spettacolo più famosi nel mondo e nell’anno d’oro dei suoi premi (tra gli altri, un David di Donatello e il William Walton Award a Ischia) tira fuori una dopo l’altra le sue foto d’epoca: lui con Fellini, lui con Rizzoli, lui con Pietro Germi. E allora lasciamo da parte il suo Festival di Sanremo e l’eterna Quando quando quando (che fra l’altro potrebbe essere il nuovo singolo di Michael Bublè in duetto con Nelly Furtado) perché in fondo, Tony Renis come dice lui «è uno che gli manca solo l’Oscar perché di quello ho preso solo una nomination».
Quella sera allo Shrine Auditorium di Los Angeles, quando Jennifer Lopez ha annunciato il vincitore della colonna sonora, tutti si aspettavano lei.
«E invece ha vinto la canzone di Mariah Carey e Whitney Houston nel Principe d’Egitto».
Però vuol dire che ci riproverà, a vincere l’Oscar.
«E vorrei farlo con un film italiano. Sarebbe un sogno che si concretizza. Nei prossimi giorni incontrerò Gabriele Muccino a Los Angeles: lui presto dirigerà un film a Hollywood con Will Smith come protagonista e, se troveremo un punto d’accordo, mi piacerebbe curare la sua colonna sonora».
D’altronde lei è del ramo. L’ultima sua creatura, la giovanissima Renee Olstead, è stata la sorpresa del film Christmas in love: canta il brano dei titoli di coda.
«Renee diventerà una delle più grandi star di questi anni, ne sono sicuro. Nella mia vita ho incontrato quasi tutti i simboli del mondo dello spettacolo, da Sinatra a Kirk Douglas a Celine Dion. Ho imparato ad avere fiuto».
Ora il premio Fellini alla carriera.
«Mi ricordo quando incontravo Federico qui a Roma, al Palatino, con Angelo Rizzoli (di cui ero uno dei preferiti insieme con Walter Chiari). Pranzavamo insieme quasi tutte le settimane. Fellini aveva una voce soave con un bell’accento romagnolo, mi chiamava Tonino. Un giorno mi confidò che avrei potuto recitare per lui».
Addirittura. In quale film?
«Nei Clown. Ma qui devo spiegarmi. Per la Rai avevo condotto il primo programma della domenica a mezzogiorno. Si intitolava Ma perché, perché sì e Paolo Limiti era uno degli autori. Una volta, con le scenografie di Don Lurio, ho recitato uno sketch travestito da clown: la mia parte era praticamente disegnata su Popov, che allora era il clown più grande di tutti. Fu splendido. Ebbene, Fellini mi disse: se l’avessi saputo prima, ti avrei chiamato a recitare nel mio film».
Perché non accadde dopo su qualche altro set?
«Perché viviamo in un ambiente strano e imprevedibile. Una volta cantavo a Saint Vincent, erano i primi anni Sessanta, vestivo delle tutine d’argento aderenti come imponeva lo stile rock’n’roll di allora. Nella serata in cui consegnarono le Grolle d’Oro mi ritrovai in platea tutto il cast della Dolce vita, da Mastroianni alla Ekberg a Fellini. Entusiasmo alle stelle. A un certo punto, io mi giro dal pianista e gli urlo “fammi un si bemolle, così attacchiamo Be bop a lula”. Un trionfo, anche Fellini ballava divertito».
Era la sua epoca d’oro.
«Poi, tantissimi anni dopo, un’estate ad Hammamet, ero ospite di Bettino Craxi. Cantava bene Craxi, sa? Quella sera con noi c’erano anche Bobo, Anna, Silvio Berlusconi con Veronica e Fedele Confalonieri. Che a un certo punto inizia a parlarmi di quel si bemolle del Be bop a lula a Saint Vincent. Io gli chiedo: “Ma come fai a ricordartelo così bene?”. E lui: “Per forza, il pianista ero io”. Che coincidenza! Ecco come va il nostro mondo. D’altronde avrei potuto addirittura essere uno dei protagonisti di Amici miei. Pietro Germi mi seguì tutta un’estate al Cantagiro per studiare come affidarmi la parte».
Poi lui è morto e il ciak è passato a Mario Monicelli.
«Tra tutte queste coincidenze, questo incredibile flusso di corsi e ricorsi, mi sono comunque ritrovato a vincere Sanremo, Canzonissima, persino un Nastro d’Argento nel ’74. Ora sogno l’Oscar, un Oscar italiano che starebbe in cima alla mia bacheca. Quando io ho iniziato, negli anni Cinquanta, mi chiamavo ancora Elio Cesari e lo sa che sognavo già allora di prenderla, quella statuetta?».

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