Torna Gordon Gekko. Per battere la crisi

Oliver Stone ancora alle prese con i disastri del capitalismo finanziario provocati dagli "squali". E il protagonista del film è sempre Michael Douglas, con qualche anno di galera sul groppone

Torna Gordon Gekko. Per battere la crisi

Gordon Gekko è tornato. La sua faccia è carica di cicatrici e disillusioni. È stato in carcere per qualche tempo, dove ha affogato gli anni Ottanta, i lustrini del Novecento, il futuro come opportunità, un quarto di new economy, la sacralità del dollaro e tutto questo senza rinnegare l’unica certezza che aveva: fare i soldi in fretta è l’unica cosa che conta. Quando lo vedi arrivare ti accorgi che è più vecchio, ma il volto è sempre quello di Michael Douglas. È da lui che si riparte.

Sono passati ventitrè anni da Wall Street. Era il 1987 e Oliver Stone, con ancora il Vietnam nelle budella, si mise a raccontare quegli anni sbronzi di ottimismo. New York brillava di mille luci, gli yuppies andavano a caccia di dollari, donne, droga e abiti firmati. La vita era in mano a questi ragazzotti che avrebbero venduto la madre in contrassegno, la borsa era un pozzo di adrenalina, era l’eldorado, era il Klondyke. Era la ferocia di chi brucia il tempo e lo trasforma in oro. Era la scommessa degli ultimi alchimisti. Stone raccontò tutto questo e con tempismo profetico quel film segnò la fine di tutte le illusioni. Quando scese la sera sul 19 ottobre del 1987 il Dow Jones aveva perso 500 punti, un crollo del 22,61 per cento. Non c’era più nulla. Tutti quei soldi impalpabili erano sfumati via. Restò la cenere. È da allora che non crediamo più nel futuro.

Oliver Stone torna sul luogo del delitto. Il 23 aprile esce negli Stati Uniti e in Italia Wall Street: il denaro non dorme mai. È cambiato tutto, tranne un paio di cose. Sono crollati i muri e c’è un nero a Washington, però la finanza senza scrupoli ha ancora il volto di Douglas e la crisi continua a sfregiare i sogni della gente. Il padre di Stone era un broker di un capitalismo perduto. Nel vecchio Wall Street il suo idealismo aveva la giacca consumata di Hal Holbrook, un modesto signore della finanza, che parla troppo spesso dello sguardo nell’abisso e del denaro facile che non paga. Se Stone è tornato è ancora una volta per vendicare il mondo e i valori del padre. Quella sorta di contea perduta dove i titoli in borsa avevano la stessa sostanza dell’economia reale. I soldi erano fatica, sudore, case con giardino e operai in Ford. Non era un mondo migliore. Era solo nascosto meglio. Gli Stone comunque ci credevano ed è per questo che Oliver, intervistato da Vanity Fair, continua a dire: «Perché ci sono tornato? Perché è importante. Il collasso del capitalismo è anche il collasso della nostra società. Un milione di dollari sono diventati miliardi. Hanno sostituito gente di sostanza con gente che faceva soldi. I Volker sono diventati i Greenspan e l’economia mondiale è sull’orlo del disastro».

Il primo Wall Street spazzò via gli yuppies e l’idea che il denaro cala docile nelle tasche, basta essere un po’ più svegli degli altri. Spazzò via l’estetica dei cocktail, l’etica dell’edonismo, la Pop Art, tutti i cloni di Michael J. Fox. Qualcuno si suicidò, altri faticarono a capire, quelli che dicevano «se hai bisogno di un amico fatti un cane» rimasero i bastardi di sempre. Ma soprattutto quel 1987 fece capire al mondo che Ovest ed Est stavano cambiando. Due anni dopo a Berlino cadde il Muro e c’erano tutti i confini da ricostruire. Aveva ragione Schumpeter. Il capitalismo ha un brutto carattere: crea e distrugge. Muove la storia, genera il futuro, ma lascia a terra sacche di insicurezza. E quando picchia fa male, ma tutto questo serve a tagliare i rami secchi e forse si porta dietro una sindrome da torre di Babele. Quando gli uomini esagerano e cercano scorciatoie per arrivare al cielo li riporta con i piedi per terra. Faticate gente, su le maniche, ora si ricomincia. È così da sempre, anche prima del ’29.
Il secondo Wall Street è la fine degli anni zero. È la scossa di chi da troppo tempo aspetta un segno dal cielo e vive in attesa di un’apocalisse. È il segno che per andare avanti bisogna fare i conti con l’incertezza, guardarla in faccia e non cercare rifugio in uno Stato che non c’è più o nel futuro prossimo delle carte di credito. Questa volta la crisi ci ha detto che se fai i debiti prima o poi ti tocca pagarli. Ci ha detto che le banche fanno i soldi con i mutui e i prestiti, ma se poi i soldi non tornano indietro il trucco svanisce. Questa crisi ci dice che la crepa è virtuale, ma le macerie cadono sulla vita reale. È questo il paradosso. È come fare debiti con l’avatar e accorgersi che il fallimento è in carne e ossa. Ecco l’inghippo. Non è colpa del capitalismo. Noi pensavamo che nel mondo dei sogni non servisse l’etica della responsabilità. Svegliatevi: i sogni si pagano.

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