Una "Tosca" telegenica Ritmi da scene d'azione

Per il regista Livermore è la terza opera alla Scala La Rai stavolta schiera 60 tecnici e 13 telecamere

La vicenda di Tosca si consuma in 18 ore, dall'alba alla notte del 17 giugno 1800. E in tre luoghi romani situati nel raggio di un chilometro: Basilica di Sant'Andrea, Palazzo Farnese e Castel Sant'Angelo. La storia scorre fulminea e concitata, i tempi sono più da cinema d'azione che da opera. O meglio: sono da opera del Novecento qual è Tosca. Un ritmo sposato dalla regia (la sua terza alla Scala, dopo Don Pasquale e Attila) di Davide Livermore e che renderà particolarmente efficaci le riprese di Rai Cultura di una Tosca in onda in diretta su RaiUno il 7 dicembre dalle ore 17,45, è poi lunga la serie di emittenti straniere.

La Rai entra in campo con una squadra di 60 tecnici, 13 camere collocate fra palchi (il numero 18 e 17 del I e II ordine), buca d'orchestra, lateralmente, sopra e sotto il palcoscenico. La regista Rai è Patrizia Carmine, veterana di riprese d'eventi musicali. Farà di tutto - ci spiega - «per rendere anche sul piccolo schermo le intenzioni di Livermore. Siamo alla nostra terza collaborazione e abbiamo sempre lavorato molto bene. S'aggiunga che possiamo contare su cantanti che si prestano per una regia televisiva». Si tratta della terna composta da Anna Netrebko (Tosca), Luca Salsi (Scarpia) e Francesco Meli (Mario Cavaradossi). Completano il cast altri sei personaggi. Su tutti, poi, domina Roma, come vuole il libretto di Illica e Giocosa: rispettato dal regista e gli scenografi di Studio Giò Forma.

Il sipario apre sulla Chiesa di Sant'Andrea. Spicca l'organo monumentale e il dipinto cui lavora il pittore Mario Cavaradossi. Sta ritraendo Maria Maddalena ma sul gigante led wall il volto della donna - che fa ingelosire Tosca poiché vi legge una rivale in amore: l'occhio è azzurro, mentre il suo è nero - via via assumerà le fattezze di Anna Netrebko, la protagonista. Uno dei momenti scenograficamente più forti del primo atto è il finale con 205 persone in scena e che camminano su una piattaforma girevole. Cantano il Te Deum, che in questa versione della Ur-Tosca - quella del battesimo del 14 gennaio 1900 - sarà a cappella dunque senza il raddoppio degli ottoni. È in quel momento che Scarpia, eccitato dall'idea di possedere presto la donna, esclama la celebre «Tosca mi fai dimenticare Iddio». Una telecamera zenitale riprenderà i movimenti delle masse corali, sostando poi sul ghigno del viscido Scarpia. Nel II Atto, alcuni dettagli del salone di Palazzo Farnese sfuggiranno a chi siede in sala, mentre saranno visibili sul piccolo schermo: a partire dal soffitto a cassettoni, una meraviglia dei laboratori della Scala, unici al mondo.

Come nel primo, anche in questo secondo atto, i colori della Roma dei Papi sono torbidi, bruniti e violacei, con trame dorate, come emanazione della cupidigia di Scarpia. Che vedremo nel salone di Palazzo Farnese intento a sedurre Tosca, mentre al piano sotto si consuma la tortura di Cavaradossi. Saranno visibili entrambi i livelli, d'umanità oltre che architettonici. Il terzo atto è il più onirico, a tratti smateriato. Della piattaforma di Castel Sant'Angelo sopravvive l'ala spezzata della celebre statua dell'Arcangelo Michele. Si spezza sotto il peso del potere temporale, altro grande tema di questa lettura registica che contrappone purezza d'ideali di Cavaradossi e fierezza di Tosca alla supremazia del potere corrotto di Scarpia.