Creato da Veltroni&Bettini come cineformat in stile Festa dellUnità, difficile ravvisare un «cicinino» daria internazionale nel Festival di Roma (tra disservizi e manomorte in sala, cè sentore di sagra laziale, col tappeto rosso battuto da ignoti parenti e amici degli sponsor). Ciò detto, le pellicole più interessanti non erano made in Italy. Tanto che ha colpito il danese Haevnen di Susanne Bier (magari vincerà), che mischia bene politica e amicizia e ha fatto palpitare laustraliano Oranges and Sunshine del figlio di Ken Loach, Jim: la pedofilia e i silenzi della Chiesa restano allordine del giorno (anche qui, si vocifera duna vittoria). Ma la parte del leone lhanno avuta Francia e Stati Uniti, con oltre una ventina di pellicole a testa e trovare un collegamento tra storie, temi e atmosfere non si può (né si deve, come dice Marco Mueller, ogni anno disperato quando gli chiedono: «Ma il filo rosso?»).Carlos di Assayas, con protagonista un dandy rivoluzionario oggi allergastolo, sebbene interessante è stato penalizzato da un doppio rimando di proiezione, mentre Crime damour (basta il titolo) poteva avere diversa collocazione, al pari del biopic modaiolo su Yves Saint-Laurent, Lamour fou. Per mettere molta carne al fuoco, anche i solitamente appetitosi film americani, da The making of Darkness, trainato dal Boss in versione Madonna Pellegrina (ha parlato ed è apparso poco) a Let me in, delicata storia di formazione, sono passati senza troppo rifletterci su.
LInghilterra ha tenuto alto il tono con i divertenti Burke&Hare (targato John Landis) e We want Sex, tra operaismo e tardonismo. Ma il vero cinema sè visto grazie alla tv, con la serie Hbo Boardwalk Empire di Martin Scorsese.Toto-Premi Usa o Francia, a vincere la sagra laziale non saremo noi
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