Dal Cop26 al G7: le mosse dell'Occidente sulla transizione

L'imminente vertice del G7 dovrà decidere le linee politiche dell'Occidente sulla transizione. La base di partenza è ambiziosa.

G7 e transizione: di cosa parleranno i Grandi della Terra?

La transizione energetica sarà uno dei grandi temi su cui dibatterà l'imminente vertice del G7 che si terrà a Schloss Elmau, sulle Alpi Bavaresi. Tutti i leader delle 7 nazioni guida dell'Occidente (Joe Biden, Mario Draghi, Boris Johnson, Fumio Kishida, Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Justin Trudeau), la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e i leader ospiti sono concordi sulla necessità di accelerare la partita delle rinnovabili e di unire transizione e sicurezza energetica.

Tali dinamiche sono acuite da un contesto geopolitico assai volatile in cui la Russia è percepita come una minaccia anche, se non soprattutto, per l'impatto che può avere sul fronte della dominazione energetica in settori come gas e petrolio.

Le basi per l'assetto che saranno decise dal G7 bavarese sono state poste da una recente riunione dei Ministri della Transizione Ecologica dei sette Paesi. Italia, Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Giappone si impegneranno a continuare il lavoro comune per "diversificare gli approvvigionamenti di energia e di minerali critici" e "procedere sulla strada della transizione energetica", si legge nel comunicato finale del G7 Energia, Clima e Ambiente, svoltosi il 26 e 27 maggio a Berlino sotto la presidenza tedesca del Ministro dell'Economia Robert Habeck, esponente dei Verdi.

Il primo impegno che gli Stati del G7 formalizzeranno sarà l'impegno a ridurre, se non azzerare, gli investimenti nazionali in progetti di combustibili fossili privi di tecnologie di cattura del carbonio entro "la fine del 2022", grazie a una retromarcia del Giappone, freddo su questo tema fino all'ultimo.

In secondo luogo, i membri del G7 si impegneranno a eliminare gradualmente il carbone dai loro mix energetici, senza fissare una data per farlo, e a ridurre drasticamente le emissioni entro il 2035. I partecipanti pianificano, inoltre, "passi concreti e tempestivi verso l'obiettivo di un'eventuale eliminazione graduale del carbone domestico senza sosta generazione di energia". Sotto grande attenzione anche la riduzione delle emissioni di metano, su cui l'obiettivo resta quello stabilito al Cop 26 di una riduzione di almeno il 30% al 2030 rispetto ai livelli del 2020.

In terzo luogo il G7 ha dichiarato di valorizzare "l'enorme potenziale dei mercati della CO2 e del carbon pricing" nella transizione, sottolineando che "gli introiti generati attraverso questi meccanismi" focalizzati principalmente sugli scambi di quote d'inquinamento "possono permettere il finanziamento di ulteriori azioni per il clima e di sostegno ai consumatori vulnerabili".

Vi è poi, quarto punto, il tema degli investimenti in tecnologie abilitanti, vero nodo cruciale: il G7 ha indicato le tecnologie dell'idrogeno, le reti di ultima generazione, le infrastrutture di ricarica per i veicoli elettrici come pivot di questi piani.

Spazio anche al pragmatismo, tuttavia: nel breve periodo, e veniamo al quinto punto, il G7 ha compreso che la transizione non sarà un pranzo di gala. E dunque su suggerimento dei Ministri, i leader dei Paesi del consesso spingeranno per una transizione pragmatica che lasci un minimo spazio alle fonti tradizionali per equilibrare il mix energetico. Ragion per cui al G7 si discuterà di strategie per rendere l'Europa indipendente dal gas russo ma anche di chiedere all'Opec un rialzo della produzione petrolifera di breve duratta per rompere il ricatto russo.

Infine i Ministri convenuti alla riunione di Berlino, alla quale per l'Italia era presente Roberto Cingolani, hanno discusso della creazione di un "Club del Clima" aperto anche ad altri Paesi esterni al G7 per un'alleanza per la lotta alla crisi climatica. Questo sarebbe il coronamento della strategia di ricerca di una via occidentale alla transizione che sappia promuovere una strategia comune e condivisa per evitare che in questi campi la divisione tra i Paesi apra la strada alla dominazione settoriale di attori come la Cina o al proseguimento del ricatto energetico russo.

A tal proposito non è un caso che Joe Biden abbia nominato in seno all'amministrazione da lui guidata un veterano della diplomazia Usa, John Kerry, quale inviato speciale sul clima chiamato a gestire la sfida con la Cina. Chi dovrà ben adattarsi a questo complesso sistema di norme prevista sarà l'Unione Europea che ha promosso in sede parlamentare il rischioso strappo sulla transizione dell'auto all'elettrico: una manovra tutt'altro che pragmatica e che rischia di frenare per motivi ideologici una visione a tutto campo con cui il G7 sta lanciando una sfida, realistica e graduale, per la costituzione di politiche di sviluppo sostenibile. Agli Stati europei nel G7 il compito di mostrarsi più ragionevoli della Commissione.

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