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Travaglio cita Montanelli solo dove gli fa comodo

Il giornalista cita Indro nel suo show "Anestesia totale": il cantore delle procure lo considera il "suo" maestro, ma negli spettacoli lo tira in ballo sempre per attaccare Berlusconi

Travaglio cita Montanelli  
solo dove gli fa comodo

L’onnipresenza di Marco Travaglio, inferiore soltanto a quella del buon Dio, è uno dei fenomeni che caratterizzano il faticoso incipit del terzo millennio di casa nostra. Adesso è atteso a Bologna il debutto - venerdì 29 aprile - d’uno spettacolo che avrà per titolo «Anestesia totale», e che, secondo le anticipazioni diffuse, si proverà «ad immaginare ed esorcizzare il futuro dell’Italia post Barzellettiere». Avete già capito che al secolo il Barzellettiere si chiama Silvio Berlusconi: ed è la remunerativa ossessione del giornalista più monotematico che l’universo dell’informazione abbia conosciuto dopo Mario Appelius, e le sue stramaledizioni contro gli inglesi.

Travaglio, al cui talento - indiscutibile - dobbiamo la trasformazione degli atti giudiziari in successi editoriali, ha pieno diritto di trattare il suo tema preferito anche in palcoscenico (del resto l’ha già fatto con una precedente tournée). Ne ha pieno diritto perché l’Italia, benché descritta da il Fatto Quotidiano come gemente sotto il tallone di ferro arcoriano, è un Paese libero. Fortunatamente. Un Paese dove - lo scrive uno che non è prodigo d’elogi per il centrodestra - il capo del governo si distingue soprattutto come bersaglio polemico. Un po’, riconosciamolo, mettendoci anche del suo. Non ho tra i miei ormai limitatissimi programmi quello d’essere spettatore della imminente novità. Mi basta il Travaglio estenuato ed ispirato di Annozero, un profeta quasi biblico che concede alle sue platee in estasi gli attacchi al Maligno, intrecciati a scampoli di prosa dei verbali di polizia. In scena Travaglio si muoverà nella disadorna austerità che si addice agli eletti.

Cito, dalla presentazione: «Palco spoglio, un’edicola, un violinista, una panchina e due microfoni, Marco Travaglio parla e gli altri ascoltano». Ovviamente rapiti. Il nostro darà dimostrazione - attingo sempre alla prosa del comunicato bolognese - dello stile di sempre: «Grande coerenza, ironia tagliente, e un’infallibile memoria del nostro Paese».

Tutto questo mi diverte abbastanza, e non mi preoccupa. Affari di Travaglio e del suo «affezionatissimo pubblico». La cui fedeltà disciplinata ricorda l’«inclita guarnigione» cui si rivolgevano un tempo i capicomici. Ma un particolare m’inquieta. Come fa spesso, l’aedo delle procure arruolerà nell’evento teatrale anche un grande che non c’è più, Indro Montanelli. Del quale Isabella Ferrari leggerà alcune «riflessioni». Travaglio evoca sovente, e ampiamente, colui che definisce il suo maestro. E che tale è stato, per breve tempo, in quella sfortunata esperienza giornalistica che fu La Voce. È stato anche, molto più a lungo il mio maestro e amico, abbiamo scritto insieme - da liberali e da anticomunisti - 13 volumi della storia d’Italia. Ma l’utilizzarlo, con insistenza petulante, per avvalorare e alimentare furori d’oggi, mi sembra poco elegante. Travaglio riduce una vita ricca e complessa, anche ideologicamente, come quella di Montanelli alla dimensione meschina d’un litigio con Berlusconi. Tutto il resto - ossia la ricchezza culturale morale, professionale d’un uomo che non volle avere padroni - è sopraffatto da quel momento. Di tante amicizie importanti che sfociarono in rotture - la casistica è infinita - ogni biografo serio va a cercare con la dovuta comprensione le fasi serene e le fasi tempestose. Travaglio non ambisce a essere un biografo. Per Montanelli usa l’appropriazione, quasi che il Maestro, postumamente, fosse ormai lui. E per Berlusconi usa l’invettiva. Già che c’è Isabella Ferrari dovrebbe limitarsi a leggere le riflessioni di Travaglio, non quelle di Indro. I tifosi del Nostro sarebbero contenti, e a Montanelli sarebbe risparmiato il coinvolgimento in una rissa.

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