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Tronchetti indagato a Milano ma per una sua denuncia

MilanoEra passato indenne nel pasticcio della Security, la struttura sicurezza di Telecom divenuta centrale di spionaggi, dossier e incursioni informatiche: per la Procura di Milano, lui non ne sapeva nulla. Per Marco Tronchetti Provera, ex presidente della compagnia telefonica e oggi di Pirelli, la doccia fredda arriva invece da un fronte da cui probabilmente non temeva troppi fastidi: il Corriere della Sera di ieri rivela che le porte del registro degli indagati per lui sono già aperte da un pezzo, indagato in gran segreto dalla stessa Procura milanese e per reati assai gravi, come la corruzione e l’associazione a delinquere.
Ma la Security, il suo guru Giuliano Tavaroli e tutta la massa sterminata di dossier illegali non c’entrano niente. Tronchetti, il suo ex vice Carlo Buora e l’ex capo del personale Gustavo Bracco sono finiti sotto inchiesta per una indagine nata a Napoli, passata per Roma e approdata a Milano, quella su una struttura informatica chiamata «Radar», messa a punto da Telecom prima ancora che Tronchetti ne assumesse il controllo. È una indagine che un pm tosto come il romano Pietro Saviotti aveva ritenuto talmente fumosa da chiederne l’archiviazione, e solo a causa dell’ordine di un gip la Procura capitolina aveva iscritto i tre manager. Dopodiché, per competenza, tutto era approdato a Milano. E qui era rimasto chiuso nei cassetti di Stefano Civardi e Nicola Piacente, gli stessi che indagavano sulla Security di Telecom.
Situazione, dunque, per alcuni aspetti paradossale: con Tronchetti che nonostante gli elementi che portavano dritti contro di lui, si salva dall’indagine principale, almeno fino a quando il giudice preliminare Mariolina Panasiti demolisce l’inchiesta della Procura e riapre i giochi; e lo stesso Tronchetti che invece rimane incastrato in una indagine apparentemente innocua, «non solo Tronchetti è estraneo ai fatti - dichiarano ieri i legali del manager - ma fu proprio lui a denunciare alla magistratura l’esistenza di Radar». Anche se tutto da vedere è che tipo di materiale si sia accumulato nell’indagine su «Radar», andatasi a saldare con quella sull’episodio più fosco e tragico di tutta la vicenda Telecom, il suicidio del capo della sicurezza di Tim Adamo Bove, il 21 luglio 2006. Venne aperta una inchiesta per istigazione al suicidio, anch’essa finita in nulla. Ma in quell’inchiesta entrò un documento che doveva interessare anche ai pm milanesi: la registrazione effettuata da Bove di una conversazione con Bracco, il capo del personale, che esercitava pressioni per arginare gli effetti dell’inchiesta sulla security.
Ragione di più per registrare una vistosa incongruenza accaduta durante l’udienza preliminare milanese: Marco Tronchetti Provera viene convocato e interrogato come testimone, nonostante i due pm sapessero perfettamente di averlo indagato nell’altro fascicolo, innegabilmente connesso a quello principale. In base al codice, Tronchetti avrebbe avuto la possibilità di rifiutarsi di rispondere, o persino di mentire.

Tacendo sull’esistenza dell’altro fascicolo, i rappresentanti della Procura potrebbero avere violato i diritti dell’indagato Tronchetti: cioè dello stesso personaggio che di lì a poco la sentenza del giudice Panasiti li avrebbe - implicitamente ma chiaramente - accusati di avere salvato a discapito dell’evidenza.

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