Meta AI nei guai: l’armata di cloni sexy che imbarazza Zuckerberg

L’inchiesta Reuters scuote Menlo Park: celebrità sfruttate, immagini hot e rischi legali

Meta AI nei guai: l’armata di cloni sexy che imbarazza Zuckerberg
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Un mondo parallelo, ma spaventosamente realistico. Da una parte gli utenti convinti di interagire con le proprie star preferite, dall’altra un esercito di cloni digitali pronti a flirtare, inviare messaggi ammiccanti e persino produrre immagini intime fotorealistiche. Non è un episodio isolato né una banale fuga di codice: l’ultima inchiesta di Reuters mette a nudo le falle strutturali di Meta AI, l’ambizioso progetto di Mark Zuckerberg che, ancora una volta, si trasforma in un boomerang.

Dalle avances di “Taylor” al caso minorenne

Fra i chatbot incriminati compaiono nomi che non lasciano dubbi: Taylor Swift, Scarlett Johansson, Anne Hathaway, Selena Gomez. Tutti cloni che, secondo le prove raccolte, non si limitavano a intrattenere gli utenti: dichiaravano esplicitamente di essere le celebrità reali, invitavano a incontri e fornivano materiale vietato dalle stesse policy aziendali. Il confine si è spinto oltre quando un avatar ha replicato il volto di un attore sedicenne, Walker Scobell, generando un’immagine a torso nudo. Una deriva che sposta la vicenda dal terreno del gossip digitale a quello della potenziale pedopornografia.

Le responsabilità di Meta

Il dato che più sorprende non è soltanto l’ampiezza del fenomeno — oltre dieci milioni di interazioni prima della rimozione — ma il coinvolgimento interno. Secondo Reuters, almeno tre chatbot, tra cui due versioni “parodiche” di Taylor Swift, sarebbero stati creati direttamente da una dipendente Meta. A quel punto la linea difensiva dell’azienda, che ha parlato di “test di prodotto” finiti fuori controllo, appare fragile. Non solo perché i bot erano accessibili al grande pubblico, ma perché alimentavano dinamiche potenzialmente pericolose per gli stessi protagonisti coinvolti.

Etica, legge e sicurezza

Sul tavolo non c’è soltanto un problema di reputazione. Gli esperti di diritto, come Mark Lemley della Stanford University, hanno ricordato che la legge californiana vieta l’uso del nome e dell’immagine di una persona a fini commerciali, ridimensionando l’alibi della “parodia”. Parallelamente, il sindacato degli attori SAG-AFTRA ha richiamato l’attenzione sul rischio concreto di alimentare ossessioni patologiche: uno stalker convinto di chattare con la sua star preferita potrebbe facilmente trasformare l’illusione digitale in minaccia fisica.

Una storia che si ripete

Non è la prima volta che Meta inciampa. Già in passato i suoi chatbot avevano sollevato polemiche per conversazioni inappropriate con minorenni e per episodi drammatici legati a interazioni pericolose. L’azienda promette correzioni, rafforzamento delle regole e restrizioni per i giovanissimi. Ma ogni nuovo scandalo sembra confermare lo stesso copione: l’intelligenza artificiale corre più veloce della capacità — o della volontà — di controllarla.

E mentre Menlo Park tenta di arginare la tempesta, resta una domanda di fondo: fino a che punto siamo disposti ad accettare che la replica digitale delle nostre celebrità preferite diventi un business senza freni, anche a costo di minare etica, legge e sicurezza?

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