Ucraina, la rivoluzione finisce tra gli insulti

KievNon più arancione, ma bianco. È questo oggi il colore dell’Ucraina. Il bianco della neve che cade fitta da due giorni. Il bianco che sceglie spesso per i suoi vestiti l’indiscussa protagonista della scena politica nazionale, il premier Yulia Tymoshenko. Ma anche il bianco, indistinto, di un Paese che sembra ancora a caccia di una identità. I risultati delle elezioni presidenziali di ieri, le prime dalla Rivoluzione arancione del 2004, lo confermano. Per uno strano contrappasso, il vincitore alle urne è Viktor Yanukovich, il candidato filorusso che la Rivoluzione arancione del 2004 aveva detronizzato. Il leader del partito delle Regioni ha battuto con il 31,5% dei voti Blok Yulia della Tymoshenko, la ex pasionaria del Majdan, che arriva al 27,2%. Tutto come previsto, o quasi. Compresi gli insulti: la Tymoshenko esulta per il risultato e corteggia gli elettori degli altri «candidati democratici» e contemporaneamente insulta il suo avversario, accusandolo di «essere un rappresentante dei circoli criminali». La replica dello staff di Yanukovich arriva immediata: «Oggi è veramente l’ultimo giorno del potere arancione. Dobbiamo essere pronti a difendere i nostri risultati, perché le autorità in carica sono capaci di azioni illegali».
È in questo clima che si andrà al ballottaggio e fino al 7 febbraio l’Ucraina non avrà il suo presidente. Il testa a testa tra i due rivali, distanziati da appena tre punti, apre uno scenario incandescente per la politica ucraina, che già registrava temperature altissime a fine campagna elettorale. In vista del secondo turno, sarà il terzo «classificato», l’indipendente Sergej Tigipko, con il 13,5% delle preferenze, l’ago della bilancia nella sfida per la poltrona di capo di Stato. TigrYulia, Yulia la «tigre» - il soprannome conquistato dalla Tymoshenko in questa campagna elettorale - aveva già invocato un accordo con lui per il 7 febbraio. Ma la disponibilità di Tigipko, da molti visto come l’uomo nuovo della politica nazionale, non è scontata. Inatteso anche il risultato di Nostra Ucraina del presidente uscente Victor Yushenko. Toccando con mano la delusione del suo elettorato per le promesse mancate di sviluppo e democrazia, gli analisti lo davano al limite della soglia di sbarramento. Superata, invece, con il 6% delle preferenze.
Anche l’affluenza ha deluso le aspettative: non il 60%, ma appena il 50% dei 36 milioni di elettori si è recato alle urne. La sensazione è che chi ha espresso il suo voto ha scelto con indolenza e rassegnazione il «male minore» tra candidati riottosi che con i loro spot elettorali hanno promesso tutto ciò di cui il Paese ha bisogno, ma che difficilmente saranno in grado di dare: lavoro, sviluppo e giustizia. Le liti tra i rivali politici sono andate avanti anche durante il voto di ieri. I brogli di cui si accusano reciprocamente sono di ogni genere: carne in scatola per chi vota Tymoshenko; vodka per chi barra Yanukovich; una manciata di dollari per convincere pensionati indecisi.
Intanto nel quartier generale di Yulia a Kiev, allestito nell’hotel Hyatt, si respirava nervosismo ma almeno per una notte non in pochi prefigurano il sogno della presidenza. Per le strade della capitale, invece, la gente sembra stanca e disillusa. Sopravvive con salari da appena 300 dollari al mese e ha smesso di sognare un’Europa che, come Washington, «ci ha girato le spalle».
«Gli ucraini non sono così politicizzati come si pensa – racconta Raissa Marchuk, insegnante di 55 anni - avevamo fatto la rivoluzione per ideali veri, ma ora l’unico ideale è quello dei soldi». Era anche lei in piazza cinque anni fa contro l’influenza di Mosca nella politica ucraina. Ora guarda quasi con favore a una Tymoshenko disposta ad accordi economici con il Cremlino: «Fa comodo anche a voi europei no? Che avete tanta paura di Putin e del suo gas!». Ha votato Yulia, ma Raissa non aveva scelta. Oleg, studente ventiduenne, sceglie Yanukovich, «degli altri non mi fido e poi alla fine non me ne importa più molto». Per Jury, militare di 40 anni, è Yushenko l’unico democratico: «Voto lui, anche se in 4 anni non ha fatto nulla...».
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