Unicredit: Profumo in trincea, slitta Banca Unica

In Unicredit si è sfiorata la rottura. L’amministratore delegato Alessandro Profumo avrebbe ieri ventilato le sue dimissioni se i soci della banca si fossero opposti all’avanzamento del piano «Banca Unica». L’evento non si è verificato. Ma Profumo ha dovuto accettare un rinvio: sarà un consiglio d’amministrazione del 13 aprile a pronunciarsi sul progetto di riorganizzazione del gruppo. Che, come noto, consiste nell’eliminazione delle attuali tre banche che compongono il gruppo (il private banking a Torino, il corporate a Verona e il retail a Bologna) attraverso una serie di fusioni e incorporazioni che porteranno a un’unica struttura centrale, direttamente rappresentata dalla holding. Ma il problema, a quanto si apprende ricostruendo questi due giorni, non è tanto il modello organizzativo della Banca Unica. Quanto più la sua governance, ovvero l’organigramma di gestione. A partire dalla figura, non prevista, del country manager. Ma Profumo non ne ha voluto sapere. Nemmeno di parlarne in un secondo momento. E per questo è esplosa la bomba di lunedì.
Ieri Profumo ha accettato il compromesso portato avanti soprattutto grazie al lavoro aggregante svolto dal presidente Dieter Rampl, che ha calmato le acque nel comitato strategico che si è riunito in mattinata, prima del cda, che si è poi svolto nel pomeriggio. È stato il consiglio che ha approvato i conti del bilancio 2009, che verranno diffusi oggi da Londra, dove lo stesso Profumo effettuerà la presentazione agli analisti. In proposito il consensus elaborato da Piazza Cordusio, condotto su 28 analisti, parla di una cedola di 2,8 centesimi ad azione, pari a una torta da 540 milioni. Il 40% circa dell’utile 2009, che nelle aspettative degli analisti sarà di 1,33 miliardi.
Ma ieri l’attenzione era tutta sul comitato strategico, preannunciato alla vigilia come un passaggio decisivo, dopo che diversi grandi azionisti avevano manifestato forti mal di pancia e lo avevano fatto non senza minaccia. Nel comitato permanente strategico, oltre a Rampl e Profumo, siedono tra gli altri Vincenzo Calandra, rappresentante del polo emiliano dei grandi soci, Luigi Castelletti, per la Fondazione Cariverona, e Luigi Maramotti, i tre che più di altri hanno criticato la scarsa condivisione delle scelte strategiche prese da Profumo. Mentre Fabrizio Palenzona, in rappresentanza della Fondazione Crt, in questa partita è stato più defilato, cercando di lavorare per l’accordo. Il punto è che, per la prima volta in maniera evidente, all’interno di Unicredit è esplosa una questione di governance. Ben sintetizzata da una dichiarazione della Fondazione Cassamarca, che ritiene che «le stesse grandi decisioni tecniche - come ad esempio il Piano Banca Unica - debbano essere preparate e valutate attentamente dagli azionisti, e quindi anche dalle Fondazioni, prima di essere portate in consiglio o prodotte all’esterno».
Evidentemente non era stato fatto così. E l’impressione è che con questi due giorni di fuoco i grandi soci abbiano voluto dare una «lezione» a Profumo, manager ma non stratega della banca. Il tutto a valle di due aumenti di capitale da 7 miliardi che di certo sono stati assai sofferti dalla società civile nel territorio delle Fondazioni, e dagli azionisti privati. Se poi, al termine della ricapitalizzazione, Profumo ha deciso di cambiare la banca senza avere le necessarie attenzioni per gli stessi territori (privati di poltrone e presidi), ecco che si sono scatenati i mal di pancia. A maggior ragione in un momento in cui lo stesso Profumo è più debole che in passato a causa dell’andamento difficile della banca sia in Italia, sia sui mercati esteri. E alla vigilia di una partita delicata: quella del rinnovo del vertice delle Generali, che potrebbe avere conseguenze anche su Mediobanca, dove Unicredit è il primo azionista.
La partita ricomincerà da oggi e di qui al 13 aprile si capirà quale tipo di compensazione verrà strappata dai grandi soci. Se la ricaduta sarà sul country manager, una sorta di superdirettore generale. Ma l’impressione è che la Banca Unica, di qui ai prossimi due anni, quando sarà in scadenza l’intero consiglio, richiederà anche più radicali.
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