Utopie pericolose (e fallite)

U no degli stereotipi più duri a morire coltivati dalla cultura marxista (e non marxista) consiste ancora oggi nel distinguere il dettato ideale del comunismo dalla sua esperienza storica. Si tratta della bizantina concezione dello scarto tra teoria e pratica, secondo cui all’originaria purezza benefica della dottrina sarebbe seguito un dérapage, ovvero una prassi perversa che ha stravolto il messaggio iniziale, creando la mostruosità del «socialismo reale». Di qui la persistenza del mito e la credenza fantastica della sua possibilità rigenerativa, che si manifesta in questo caso nella distinzione tra comunismo e stalinismo, tra comunismo e maoismo, tra comunismo e castrismo, e via dicendo.
Certamente non si può negare che il comunismo realizzato in Russia sia diverso da quello creato in Cina e questo, a sua volta, da quello posto in essere a Cuba o in Cambogia o nell’Europa Orientale; ma queste diverse espressioni non modificano la sostanza del giudizio sulla natura univoca del comunismo perché ciò che distingue queste singole esperienze non annulla l’elemento comune che le unisce, e cioè che in ognuno di questi Paesi è stata sempre applicata la medesima ricetta: l’abolizione della proprietà privata e del mercato da cui è conseguito sempre il medesimo risultato: il dispotismo e la miseria.
L’ennesima prova della natura fallimentare del comunismo ci è offerta dalla eccezionale testimonianza di un giovane studente cinese nato e cresciuto nella Cina di Mao, il quale ci fa toccare con mano l’effettiva realtà comunista attraverso le pagine di un lungo diario che abbraccia gli anni Sessanta e Settanta (Kang Zhengguo, Esercizi di rieducazione, Laterza, pp. XII-474, euro 22, con prefazione di Renata Pisu e postfazione di Perry Link). Come scrive lo stesso Link, è questa la migliore descrizione della vita quotidiana nella Cina comunista per la qualità straordinariamente realistica della scrittura e la credibilità di ciò che viene descritto. Siamo nel periodo del «grande balzo in avanti», cioè all’interno del folle tentativo di creare, in chiave terzomondista, una «accumulazione originaria», tentativo che ha provocato una delle carestie più spaventose della storia dell’umanità, sicuramente la più feroce carestia «indotta» finora conosciuta: si calcola, ma in difetto, che essa abbia prodotto circa trenta milioni di morti per fame. Ad essa è poi seguita la rivoluzione culturale, promossa da Mao e dal partito (e divinizzata in Occidente da moltissimi intellettuali irresponsabili), che ha innescato una delle più mostruose persecuzioni che si siano mai viste, che ha provocato la morte, l’umiliazione e la devastazione di esseri umani in una scala quasi inconcepibile: un gigantesco delirio collettivo durato una quindicina d’anni.
È in questo quadro terrificante che si snodano le memorie di Kang Zhengguo, la cui storia non è molto diversa da quella di molti altri studenti cinesi. Essa si svolge sotto il segno delle varie campagne di critica e di educazione di massa promosse dall’alto per suscitare e ottenere consensi al regime; campagne abilmente controllate attraverso la mobilitazione squadristica delle Guardie Rosse. Lo scopo è quello di educare o di rieducare tutti quegli individui che in qualche maniera risultano riottosi alle direttive del partito e alle idealità comuniste. La vicenda di Kang Zhengguo è esemplare. Figlio di un proprietario terriero e nipote di un industriale diventato monaco buddista, si iscrive nel 1963 alla Facoltà di Lettere dell’università Normale Shaanxi di Xi’an, ma viene espulso due anni più tardi perché giudicato elemento pericoloso. Isolato dalla sua stessa famiglia - pervasa anch’essa dal conformismo coatto e dilagante -, Kang Zhengguo sperimenta attraverso il carcere e i vari luoghi di rieducazione - tre anni in un campo di lavoro forzato - gli effetti micidiali di una delle più autentiche manifestazioni del comunismo realizzato: l’anteporre la superiorità ideologica del collettivo alle ragioni umane del singolo.
Di qui la criminalizzazione di tutto ciò che sfugge alla logica totalitaria, che si manifesta nell’ottusa e premeditata volontà di schiacciare ogni forma di individualismo, considerato la fonte del pensare e del vivere borghese. Innumerevoli, a questo proposito, sono le vicende ricordate da Zhengguo che illustrano con dovizia di particolari - molte volte agghiaccianti - questa pratica liberticida. Ogni individualismo non può che essere reazionario e non può che produrre soggetti antisociali, che necessitano, per l’appunto, una rieducazione nei campi di lavoro, o nelle comuni agricole o negli altri luoghi pedagogici attrezzati allo scopo. Come ogni vero totalitarismo, il comunismo, infatti, non costringe gli individui alle proprie finalità soltanto con la forza, ma pretende che la loro sottomissione diventi pubblico riconoscimento dell’errore e accettazione convinta della propria conversione al credo catechistico del Libretto Rosso.
Sfuggito, alla fine, alla morsa totalitaria, oggi Kang Zhengguo è docente di Lingua e letteratura cinese alle Yale University (Stati Uniti). Libero cittadino in un Paese libero.

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