Quando domenica Papa Leone ha annunciato di doversi sottoporre a un intervento chirurgico per un nodulo a un polmone, su piazza San Pietro è calato un silenzio sbigottito. Un trattener di fiato collettivo: le centinaia di fedeli presenti si sono ammutoliti. Mai un pontefice aveva parlato così della propria malattia; mai alcuno prima di lui si era rivolto direttamente alla gente, non solo a quella in piazza con il naso all’insù, ma a quella di tutto il mondo, che segue l’Angelus sul web. Si è scatenato un tam-tam cupo e lo sconcerto di ciascuno si è trasformato in ansietà generale. Perché quando il Papa si ammala noi abbiamo paura? E non solo i cattolici: un’incertezza funesta assale tutti, anche i non credenti, con vari gradi di preoccupazione. La risposta è legata a questi tempi di «terza guerra mondiale a pezzi», come disse per primo Francesco: inconsciamente, avvertiamo il pericolo di poter perdere un punto di riferimento di grande valore.
Il pontefice è anche un capo di Stato, determinante a livello geopolitico: se è impossibilitato ai propri uffici, la figura di quell’arbitro etico nel risiko dei conflitti viene meno. Egoisticamente, il vuoto di potere e di buon senso lasciato dalla sua indisponibilità ci fa sentire orfani di una figura rassicurante, quasi paterna. Se il Papa è indebolito, anche la stabilità globale si aggraverà: ci sentiamo più indifesi. Abbiamo paura anche perché ci siamo commossi: rivelando la sua salute con parole semplici, senza ricorrere a comunicati stampa, Leone ha suscitato forte empatia. Abbiamo immaginato una sofferenza molto umana, la stessa che potremmo provare tutti. L’abbiamo visto là, alla finestra, come un uomo «normale» e la sua esortazione a pregare per lui ci ha coinvolti emotivamente. Siamo preoccupati. E infine non ce lo aspettavamo: un Papa di 71 anni che gioca a tennis e impara le lingue con le app... L’elemento sorpresa ha spiazzato il mondo.
