Papa Leone XIV torna sulla questione della benedizione delle coppie omosessuali e ribadisce la linea della Santa Sede: no a una benedizione formalizzata e rituale, sia per le coppie dello stesso sesso sia, più in generale, per le coppie in situazioni irregolari. Parlando con i giornalisti sul volo di ritorno dall’Africa, il Pontefice ha risposto anche alle recenti aperture annunciate in Germania, in particolare nella diocesi di Monaco-Frisinga.
“Non siamo d’accordo con la benedizione formalizzata”, ha spiegato il Papa, sottolineando però che questo non significa esclusione. Al contrario, ha ribadito che la Chiesa accoglie tutti: “Tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita”. Un richiamo che riprende il celebre “tutti, tutti, tutti” di Papa Francesco, ma che Leone XIV interpreta come un invito universale alla fede e alla conversione, non come un’apertura a nuovi riti.
Secondo il Pontefice, andare oltre questa impostazione “potrebbe causare più disunione che unità”. Per questo, ha insistito, la Chiesa deve costruire la propria unità su Gesù Cristo e sul suo insegnamento. Allo stesso tempo, ha ricordato che tutti possono ricevere una benedizione, ad esempio al termine di una celebrazione liturgica, come avviene abitualmente nelle grandi messe.
La guerra, le vittime innocenti e l’appello per la pace
Nel colloquio con i cronisti, il Papa ha dedicato ampio spazio anche ai conflitti in corso, a partire dalla guerra che coinvolge Israele, Stati Uniti e Iran. Leone XIV ha parlato di “troppe vittime innocenti”, ricordando in particolare i bambini iraniani uccisi nel primo giorno degli attacchi mentre si trovavano a scuola. “Come Chiesa e come pastore, non posso essere a favore della guerra”, ha affermato, sollecitando “una cultura della pace” alternativa alla logica della violenza.
Il Pontefice ha definito la questione iraniana “molto complessa”, osservando come i negoziati procedano in modo incerto: “Un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti dicono no, poi il contrario”. Una situazione che, oltre a creare problemi per l’economia mondiale, colpisce soprattutto “persone innocenti che stanno soffrendo”. Per questo Leone XIV ha incoraggiato la prosecuzione del dialogo e ha chiesto il pieno rispetto del diritto internazionale, ribadendo che “è molto importante che gli innocenti siano protetti”.
Tra le immagini che il Papa ha detto di portare con sé c’è anche quella di un bambino libanese che lo aveva accolto con un cartello di benvenuto durante la visita in Libano dello scorso dicembre e che oggi è morto sotto le bombe. Un ricordo personale che, nelle parole del Pontefice, diventa il simbolo del prezzo umano dei conflitti e della necessità di guardare agli eventi internazionali partendo dalla sofferenza concreta delle persone.
Migranti, Africa e rapporti con i leader autoritari
Leone XIV ha affrontato poi il tema dei migranti, chiarendo che uno Stato ha certamente il diritto di fissare regole per i propri confini, ma che chi arriva resta prima di tutto un essere umano. “Non possono essere trattati peggio degli animali”, ha detto, richiamando la responsabilità dei Paesi più ricchi nei confronti delle aree più povere del mondo, in particolare dell’Africa, continente da cui molti partono in cerca di condizioni di vita migliori.
Il Papa ha denunciato il fatto che l’Africa possieda enormi risorse che spesso vengono saccheggiate e ha invitato Stati, grandi aziende e multinazionali a investire davvero per cambiare le condizioni di vita nei Paesi più fragili. Una riflessione maturata proprio al termine del suo viaggio africano e che si intreccia con la questione migratoria: per il Pontefice, non basta gestire gli arrivi, bisogna anche intervenire sulle cause profonde che spingono tante persone a partire.
Infine, rispondendo a una domanda sui rapporti intrattenuti durante il viaggio con alcuni leader africani autoritari, al potere da decenni, Leone XIV ha spiegato che la Santa Sede cerca di mantenere relazioni con tutti,
sempre nell’ottica del bene della popolazione. Dietro questo approccio, ha detto, c’è “molto lavoro dietro le quinte” e un modo concreto di applicare il Vangelo nella realtà delle relazioni internazionali.