La vecchia dai diabolici poteri

CACCIA ALLA STREGA La leggenda metropolitana portò all’istituzione di ronde per proteggere i cittadini

Prima lasciano a bocca aperta. Poi passano di bocca in bocca. Prima sono un frammento di realtà in una bolla d'immaginazione, poi diventano verità refrattarie ad ogni onesto dubbio. Sono le cosiddette leggende metropolitane, curiose o raccapriccianti, rocambolesche o erotiche, che ogni tanto dilagano tra le tribù cittadine. Anche la storia milanese non sfugge a queste «notizie» che squartano il buon senso e subito si vestono di credulità e di superstizione a buon mercato. Nel 1748, pochi anni dopo la salita al trono di Maria Teresa, in una città duramente provata dalle guerre di successione dei decenni precedenti, si era sparsa la voce che una terribile vecchia, dai poteri diabolici, si aggirasse per le strade gettando il malocchio e provocando la morte degli sventurati che incontrava. In pochi giorni, quella voce, inizialmente eterea, si trasformò in un concreto, roccioso terrore. Al punto che bastava incrociare una donna non più giovane perché subito scattasse nelle vie un grido d'allarme: «Guarda la vecchia!». Facile intuire l'angoscia della malcapitata, a cui restava solo la speranza che i presunti (dagli altri) poteri malefici riuscissero a tenere tutti lontani, giusto il tempo di rifugiarsi in casa. In città l'inquietudine era tale che a nessuno era più permesso di passar a miglior vita senza che la colpa cadesse sulla «funesta, iniqua maliarda». E la paura di quella incombente minaccia riscosse tanto credito tra i milanesi che si decise anche d'istituire delle ronde. Se non per catturare quel satanico essere, almeno per intimorirlo. Ma il primo risultato di quella caccia alla famigerata megèra fu che in pochissimo tempo «già non vedevasi per istrada vecchia veruna». Il secondo fu il vertiginoso abbassamento dell'età dell'ipotetica strega, perché gli «insolenti ragazzi» delle ronde, pur di poter ancora «liberamente gridare», puntarono anche sulle «fresche giovinette» .Con una serie di divertenti equivoci. Episodi raccontati dal misterioso Camillo Messi (di lui non si sa nulla) nel suo libro Guarda la Vecchia. Narrazione milanese del 1749. Un testo molto raro che fu anche oggetto di plagio, un secolo dopo, dall'erudito Francesco Predari. Questi ripubblicò il racconto a suo nome. Garantendo anche l'autenticità della storia, con tanto di presunta grida datata 17 agosto 1748 in cui «Sua Eccellenza il Signor Ferdinando Bonaventura del Sacro Romano Impero Conte di Harrac ecc. ecc. ….proibisce rigorosamente che il motto di Guarda la Vecchia sia profferito contro qualunque siasi persona». Oggi il libro è stato ristampato da Il Muro di Tessa Editore, terzo volume della collana «Il sonno della ragione», con un'introduzione di Giovanni Biancardi e una nota conclusiva di Giuseppe Giolitti (distribuzione Pecorini, pagg. 102, euro 30). La prima vittima dei cacciatori della strega fu la serva della moglie di un artigiano assalita in piena notte dai dolori del parto. Mentre va in cerca della levatrice alla povera donna si spegne la lanterna e allora si avvicina al primo che incontra pregandolo di riaccenderle il lumicino. Ma «quegli, all'improvviso incontro di una donna in quell'ore, sbigottì, tremò, impallidì, e temendo non foss'ella dessa Vecchia… diessi precipitosamente in fuga».Alla serva non restava che proseguire intrepida per la sua strada. Finché non incontrò le fiaccole delle «famose brigate», che subito si misero a gridare. Allora lei «gravemente in cuore turbossi e di colore altresì cangiossi nel viso». La poverina naturalmente cercò di spiegare alla «ciurmaglia scatenata» che non aveva nulla di diabolico, «ma tutto era come un cantare al sordo». Fortunatamente passò il marito della sua padrona, al ritorno dal lavoro, e la serva fu salva, mentre «la turba tutta si smascellava dalle risa per lo bello accidente». La sagra degli equivoci prosegue con una scaltra «femmina di mondo», che aspettando i clienti sull'uscio di casa finisce inevitabilmente oggetto degli oltraggi della «truppa notturna». Ma riesce a cavarsela scatenando una rissa tra i suoi clienti e i cacciatori di streghe. C'è poi la pellegrina tedesca che, giunta a tarda sera in città, non sa dove dormire e allora si adagia sotto un portico. Svegliata all'improvviso, viene trascinata per le strade e condotta alle carceri dai soliti sfrontati che, nel suo favellare straniero, vedono la conferma d'avere finalmente catturato la pericolosa vegliarda. Né miglior sorte - quanto a spavento - ha un altro giovane forestiero di ricca famiglia, che subito impressionato dai racconti sulla vecchia killer fugge terrorizzato appena vede una mendicante fuori dall'albergo. Chiude la serie un altro divertente episodio, protagonista ancora una serva che a notte fonda corre in cerca del dottore per il padrone ammalato. A casa del medico ci arriva, ma quando bussa alla porta…. Come finì, come si spense questa leggenda metropolitana del Settecento milanese è meglio non anticiparlo. Si sa che fu lanciata probabilmente da qualche scioperato, uso a oziare sotto i portici del Figini (demoliti nel 1866) di piazza Duomo. Raccontando agli amici di quel «lugubre, maligno spettro d'inferno» che portava la morte, il gioco era fatto. Di lingua in lingua la «notizia» invase ogni casa. Si può solo aggiungere che il fatidico grido, il «adetestabile clamore dello sfrontato volgo», percorse le vie per parecchi mesi, se ancora durante il successivo Carnevale l'«insulto noioso» era all'ordine della notte. E per le più o meno attempate venerande matrone milanesi, la pace non era certo dietro l'angolo.

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