Vendola, il comunista "diverso" che si è invaghito del Palazzo

Appena eletto pianse: "Soffro perché entro nel cuore del potere e non voglio sporcarmi". Da un paio di mesi è sotto scacco della magistratura per i pasticci della sanità

Vendola, il comunista "diverso" 
che si è invaghito del Palazzo

Come un politico qualsiasi, ormai anche Nichi Vendola è stato messo a nudo. Ma ha uno stile così sublime nel portare le proprie nudità che sembra più vestito degli altri. Nichi ha l'etichetta di comunista «diverso». Da qualche tempo, però, comincia decisamente a somigliare al tipico uomo di Palazzo. Quel suo modo restio di occupare cariche fingendo di non volerle, la leggiadra facilità con cui accumulava vittorie, l'atteggiamento di distacco dalle cose di questa terra pur tenendoci ben fissati i piedi, non funzionano più. Il meccanismo si è inceppato. Lo tampinano le sconfitte, la voglia di poltrone è più scoperta, i guai si accumulano. Resta solo intatta la sua prosa incomparabile che trasfigura anche il peggio che lo travolge in qualcosa di paradisiaco. Da un paio di mesi è sotto schiaffo per i pasticci della Sanità in Puglia, Regione che governa dal 2005 per conto della sinistra unita. I giudici raccolgono prove, frugano i suoi più stretti collaboratori e il cerchio si stringe.

Chiunque, al suo posto, si chiederebbe quale errore ha fatto, passando in rassegna un vasto repertorio: sono stato ingenuo, tradito, di manica larga, incapace, populista? Ma Nichi non è neppure sfiorato da questi interrogativi. Lui vola alto, come se la cosa non lo riguardasse. «Io non sono indagato e non lo sarò mai perché mi conosco bene», ha detto due giorni fa col tono dell'angelo incorrotto. Come faccia a saperlo è un mistero. Fosse stato un altro a dirlo avrei pensato: o ha la palla di vetro o ha degli amici in Procura. Non escludo che Vendola abbia l'una e gli altri, ma il vero motivo della sua uscita è la serafica consapevolezza di sé. Nichi è, per se stesso, l'incolpevole per antonomasia. Lui fa politica per spirito di servizio, in favore del popolo, in nome della legge, per il progresso del mondo e il trionfo dei buoni sentimenti. Questioni come la responsabilità politica in quanto capo della Giunta non lo tangono. Il mitico «non poteva non sapere», con cui furoreggiò Tangentopoli, per lui si capovolge: Nichi «può non sapere», unico tra i potenti del Belpaese. Un mese e mezzo fa, alle avvisaglie del putiferio, Vendola prese una decisione imperiale: azzerò in un'ora l'intera giunta. Un gesto di orgoglio e di sfida. Come dire, io con il marcio non posso convivere. Non spreco tempo, non è da me, a fare un'indagine interna. Non mi interessa distinguere il colpevole dall'innocente, non mi sfianco con colloqui avvilenti. Mi libero da tutto e ricomincio daccapo. Ad attirarlo era la palingenesi. Tipico suo, della formazione cattolica e comunista, dell'abitudine di avere accanto al comodino la Bibbia e un'opera di Marx, alternandone ogni sera la lettura. Naturalmente, essendo anche umano, nell'annichilire la giunta pensava di averne un tornaconto politico. Liberarsi dei pesi morti e allargare il governo pugliese ad alcuni partiti che all'inizio ne erano stati esclusi. Pensava ai due più ballerini, l'Udc di Pierferdy Casini e l'Idv di Totò Di Pietro. Farsi nuovi amici è sempre utile anche in vista di futuri traguardi. Fu un buco nell'acqua. Tanto Pierferdy che Totò gli hanno risposto picche e Nichi ha fatto la nuova giunta senza di loro. Anche questo rifiuto di poltrone da parte di due personaggi che ne sono perennemente a caccia, era un segnale negativo. Nichi ha perso smalto. La cosa è evidente a tutti. Non a lui che si crogiola in se stesso. Nei giorni successivi, mentre le indagini sulla Sanità avanzavano, il comunista diverso non ha mai parlato della delusione che Udc e Idv gli avevano procurato. Neanche un cenno in decine di interviste. Ha invece strologato sulla solitudine del politico di razza di fronte ai grandi eventi. «Ci sono passaggi in cui l'agire solitario diventa un obbligo», ha detto al Corriere del Mezzogiorno, quotidiano locale e ha aggiunto: «Io devo esercitare i poteri che la legge mi affida. E, quindi, godere della libertà (di azzerare come un satrapo la giunta, ndr) e patire della solitudine per servire quella che io considero la mia missione». Poi, ha concluso con una stupenda tirata auto consolatoria: «La politica è percepita oggi come ignobile. Ho il dovere di smarcarmi da questa deriva. Forse ci sto riuscendo se è vero che supero di molte lunghezze i miei avversari nei sondaggi di opinione». Il narcisismo è la caratteristica principale di Nichi. Si è fitta in capo un'immagine di sé che non baratterebbe per nessuna cosa al mondo. Quando - dopo averlo voluto con tutte le forze - divenne Governatore, pianse. E ora perché piangi? gli fu chiesto con stupore. È gioia? «È dolore - rispose Nichi -. Soffro perché entro nel cuore del potere». Si toccò il lobo con l'orecchino e completò il pensiero: «Per essere felici col potere bisogna amarlo e io sono disamorato del potere. Ho paura di sporcarmi la faccia. Quando tutto sarà finito, voglio che si dica che non sono mai caduto nell'arbitrio e nell'illegalità». Qualche dubbio comincia però ad affiorare se in un'intervista all'Unità dell'altro ieri, se l'è presa col pm che indaga sulla Sanità, Desirée Digeronimo, sentenziando: «Siamo di fronte a un teorema giudiziario». Come dire, fuffa. È la sua speranza e il nostro augurio nella convinzione che non sia personalmente disonesto.

Per Nichi, desideroso come il Cav di essere amato, è intollerabile stare sulla graticola. Nulla deve offuscare il suo rapporto col popolo. «Tra me e i pugliesi - è la sua frase preferita - c'è un rapporto prepolitico. Nonne e madri mi fermano. I bambini mi mandano lettere di consigli». Oltre all'orecchino, Vendola porta una vera d'oro infilata nel pollice. La strana collocazione ha una spiegazione quasi favolosa. «È il dono di un pescatore - ha raccontato Nichi -. Un omone col viso buono che il giorno in cui sono stato eletto mi ha abbracciato e detto: "Avevo giurato che se diventavi Governatore ti avrei dato la cosa più cara: la fede di mia madre"». Un altro, meno sensibile, avrebbe messo l'anello troppo largo nel cassetto. Vendola invece se l'infilato al pollice, nonostante la scomodità, dando al dono un sublime significato: «Simboleggia il mio matrimonio col popolo». «A pelle, i pugliesi hanno di me la percezione di una persona perbene», è un'altra delle sue frasi chiave. Anche per questo, se il sospetto lo sfiora, deve fare finta di niente. Gli è riuscito con successo con alcuni pasticcetti del passato. Poca roba, in verità. Un rinfresco pugliese, con annesso concerto, a Berlino, per una spesa di cinquantamila euro buttati al vento. Un viaggio a Washington con una delegazione di cinquanta persone per reclamizzare la Puglia negli Usa. Per l'opposizione di destra, la gita di quattro giorni era costata ai contribuenti 345mila euro.

Vendola precisò che erano solo 76mila e che, quanto a lui, aveva preso una stanzetta da 130 dollari a notte e si era sfamato a panini. Con altrettanta levità ha superato una polemica sulle consulenze d'oro della Regione e un'altra sul rifiuto di dotarsi di termovalorizzatori col rischio di riempire la Puglia di rifiuti alla napoletana. In queste cose, Nichi, è un ecologista alla Pecoraro Scanio del quale, oggi, è anche un alleato politico. Qui si apre una parentesi di tutto rispetto e anche il trauma maggiore, con lo scandalo Sanità, dei recenti anni vendoliani. Come ricorderete, l'anno scorso Nichi fu sconfitto da Paolo Ferrero nella corsa alla segreteria di Rifondazione comunista. Indignato, uscì dal partito e fondò Sinistra e Libertà con i Verdi pecoraroscanici, i socialisti e un pezzo di Ds eretici. La compagine, alle elezioni europee di giugno, ha mostrato una forza nazionale irrisoria. In Puglia, però, grazie a Vendola, ha avuto un discreto successo: otto per cento nella regione, dieci per cento a Bari.

Per Nichi la sola consolazione degli ultimi tempi. Con questo, il Nostro punta a ottenere un secondo mandato di Governatore nel marzo 2010. Anni fa, Nichi non dimostrava alcun interesse alla rielezione. Ora ci tiene da morire. In caso contrario, resterebbe a spasso per almeno tre anni, fino alle prossime elezioni politiche (2013). Ammesso e non concesso che riesca a tornare a Montecitorio. Il problema, purtroppo per lui, è che non è affatto detto che la sinistra lo scelga nuovamente come proprio candidato alla Regione. La Margherita gli è contro e ripresenta quel Francesco Boccia che Vendola sconfisse nel 2005. D'Alema, che in Puglia è il cacicco della sinistra, tace e farà il pesce in barile ancora per vari mesi. Vendola dunque è in un doppio bilico: giudiziario e politico. Non gli era mai accaduto in 51 anni di vita in fondo felice e fortunata. Il babbo era un ex fascista che divenne comunista e restò cattolico. Per devozione al patrono di Bari lo battezzò Nicola ma lo chiamò subito Nikita in onore di Krusciov e in lode della destalinizzazione.

La sera, rimboccandogli le coperte, chiedeva: «Hai detto le preghiere?». A vent'anni, Nichi annunciò di essere innamorato e gay. «Fu - ha ricordato - un massacro sociale, politico e familiare. All'epoca, si pensava che per i gay bisognasse chiamare l'ambulanza». Ma, ha aggiunto con la consueta nobilitazione di sé, «io non so mentire. Avevo scoperto l'amore e viverlo come una colpa mi sembrava una bestemmia contro Dio». Si laureò in Lettere con una tesi su Pier Paolo Pasolini. Entrò tra i giovani del Pci, poi nel Cc del partito. Quando Achille Occhetto cambiò nome al partito, pianse. Si attaccò a Fausto Bertinotti, altro irriducibile, ed entrò in Rc che aveva appena fondato. Fausto lo fece deputato nel '92 e a Montecitorio rimase per quattro legislature fino al trasloco in Puglia. Ora, per concludere, l'orizzonte si rabbuia. Ma Vendola è poeta e i poeti sono di sette vite. Ha sempre avuto il sogno di ritirarsi, prima o poi, per recitare le sue filastrocche ai bambini. La più nota suona: «C’era una volta una piccola bocca che ripeteva la filastrocca di una gattina color albicocca che miagolava in una bicocca dove viveva una fata un po' tocca... ecc.». Per ora, è riposta nel cassetto. Se tutto va male, la riesumerà.

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