IL VERTICE

«Mi fa piacere rivederla qui nella sala Ovale». Lo ha detto George Bush. «Per me è un’abitudine» ha risposto Silvio Berlusconi. Di solito queste son frasi di cortesia da repertorio senza un grande significato politico. Ma in questa occasione, nella visita, ieri, del presidente del Consiglio al presidente degli Stati Uniti, un significato c’è, e quello che di solito è uno scambio formale stavolta serve a puntualizzare. A ridimensionare, in qualche caso a bloccare sul nascere, qualche possibile malinteso e più di una deliberata forzatura. Su due temi in particolare: l’Irak (e il Medio Oriente in genere) e il rapporto bilaterale italo-americano. Cominciamo dal secondo e dalla polemica artificiosa che ha cominciato a montare in seguito a una osservazione nient’altro che scandalosa, e perfino ovvia, di Berlusconi a proposito dell’interesse oggettivo che gli Stati Uniti hanno, in questa fase particolarmente delicata, a una continuità di politica, e dunque di governo, nel nostro Paese. A cominciare dalla nostra presenza in Irak, che è contingente e legata ai progressi della pace e dell’autodeterminazione e che potrebbe essere turbata da un eventuale accesso al potere a Roma di uomini politici che hanno in programma un ritiro del contingente italiano a data fissa e sostanzialmente immediato: alla Zapatero. Ciò non significa, e Berlusconi ha dovuto ribadirlo a chiare lettere, che sia pensabile una interferenza della Casa Bianca nel nostro processo elettorale e tanto meno che Bush ne abbia parlato direttamente con Berlusconi.
Il primo punto è naturalmente legato all’altro, attraverso un’altra sorta di falso scoop: l’annuncio sensazionale che il primo ministro italiano avrebbe «cambiato idea» sulla guerra in Irak, il tutto perché egli ha avuto occasione di ripetere che la soluzione militare non gli era mai parsa la migliore e che aveva consigliato a Bush di esaminare altre vie, compresa quella di una sorta di «mediazione» di Gheddafi, che per esempio avrebbe potuto offrire a Saddam Hussein un comodo esilio in cambio di un pacifico addio del dittatore iracheno a Bagdad. Tutto ciò è stato spacciato per una «inversione di rotta», magari tacciata anche di «sensazionale». Berlusconi ha semplicemente ricordato che queste cose le ha dette e ripetute, in privato ma anche in pubblico, prima che l’America scegliesse la via della guerra. L’Italia, lo sanno tutti, non ha partecipato all’attacco contro l’Irak, bensì si impegna, sotto i crismi di un mandato internazionale, a lavorare per accelerare la trasformazione da uno stato di «non guerra» ad uno stato di pace.
Piaccia o meno, la nostra linea è stata coerente, addirittura di più, rispetto a certe abitudini italiane. Aiuto politico all’America, preferenza manifestata all’opzione non militare, impegno susseguente nella ricostruzione dell’Irak e nella introduzione di un regime democratico: questo perché la estensione della libertà nelle parti del mondo che ancora non la conoscono non è soltanto un ideale americano ma anche il nostro e quello, in pratica, di tutti i Paesi europei. Una politica lineare, riconosciuta di nuovo da Bush proprio ieri e da lui sintetizzata nella definizione dell’Italia come «un forte partner in pace, nel comune impegno per la libertà dei popoli» (e anche il presidente ha citato a questo proposito l’evoluzione della Libia come un modello) che non può dare adito a equivoci.

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