Prima o poi, se sei genovese, Gilberto Govi ti viene addosso. E al momento dell'impatto Tullio Solenghi ha aperto le braccia. Non solo: ha realizzato una metamorfosi che lo ha fatto diventare Govi. Con "Colpi di timone" in cartellone al Teatro Carcano fino a domenica per la regia dello stesso Solenghi l'attore nato sotto la Lanterna conclude una trilogia cominciata sei anni fa con "I maneggi per maritare una figlia" e proseguita con "Pignasecca e Pignaverde". Ci sono diversi Govi, racconta Solenghi, e lui a questo punto li ha "vestiti" tutti.
Con questa trilogia si completa la dedica al grande attore genovese?
"Questo non posso dirlo, ma certo per le prossime due stagioni ho un altro progetto: un omaggio a Alberto Lionello e al suo cavallo di battaglia "I due gemelli veneziani" di Carlo Goldoni".
Quali sono i Govi nei quali si è immerso?
"Il primo era la classica maschera genovese, quella che tutti noi conosciamo anche dalle riprese teatrali per la tv della Rai. Quello nella seconda pièce era un personaggio con più ombre e sfumature, mentre questo di "Colpi di timone" è un vero personaggio umano, tridimensionale. Posso dire che c'è un Govi che è cresciuto dentro di me. Un ruolo fondamentale, va detto, è stato quello di Bruna Calvaresi, artefice del trucco e parrucco".
Qual è la storia di Colpi di timone?
"Il Capitano Bevilacqua è un piccolo armatore genovese, una persona onesta con un suo codice morale, insomma, una mosca bianca in un mondo cinico. Un giorno gli viene diagnosticato un brutto male. Il dottore gli comunica che non avrà molto tempo da vivere, dunque la scelta è quella di non perdersi in compromessi e mediocrità. Visto che il tempo è poco, ritiene che sia più giusto dire la verità assoluta a tutti. Rifiutando qualsiasi compromesso: dagli affari sporchi alle corna".
Un testo che potremmo definire attuale?
"Attualissimo: c'è l'Italia del malaffare, delle piccole e grandi ipocrisie quotidiane".
All'inizio c'era qualche timore a riportare in scena questo eroe della genovesità in teatro?
"Non parlerei di timore, ma si ragionava sul fatto che sono passati tanti anni da quando lui recitava. Senza contare che è scomparso nel 1966. Il risultato è invece andato oltre le previsioni, e in tutta Italia, non solo in Liguria. Siamo appena stati al Teatro Quirino a Roma ed è stato un tripudio. C'era in sala anche Renato Zero, che si è divertito un sacco".
Nel 1966 lei era un giovane diciottenne: che rapporto aveva con la figura di Gilberto Govi?
"Eravamo a due anni dal Sessantotto, figuriamoci. I giovani discutevano tutto il passato e le tradizioni. Ma col tempo ho saputo recuperare. Anche partivo da buone basi: a casa mia Govi era un mito. I miei genitori me lo facevano vedere in tv, il mio ricordo da bambino erano proprio quelle immagini in bianco e nero che abbiamo cercato di rievocare nella scenografia di questo spettacolo. C'è una scelta cromatica volutamente nostalgica".
Dal Teatro Carcano è passato non da molto il suo amico Massimo
Lopez: tornerete insieme?"Ci sentiamo molto spesso, viviamo a Roma a due passi l'uno dall'altro. In questo momento stiamo facendo cose diverse, ma tra noi due nulla è mai escluso. Lui stesso lo dice: mai dire mai".