Articolo realizzato dai ragazzi dell'Academy de il Giornale durante i viaggi de il Giornale in America.
Nessuna città meglio di New York racconta oggi i paradossi e le contraddizioni della politica americana. Amministrata da Zohran Mamdani, esponente dell’ala più liberal del Partito Democratico, è anche la città del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e le politiche portate avanti dall’amministrazione cittadina sono su tanti temi agli antipodi di quelli del governo centrale. New York è però anche uno dei centri culturali più vivi degli Stati Uniti con la presenza di una comunità italiana forte e ben radicata.
Nella città liberal per eccellenza ha sede il Manhattan Institute for Policy Research, uno dei principali think tank conservatori americani in cui incontriamo alcuni esperti per discutere delle politiche portate avanti dal nuovo sindaco e il suo rapporto con il presidente.

Secondo alcuni esperti del think tank Manhattan Institute for Policy Research, la campagna elettorale di New York si è giocata su temi come case popolari, welfare urbano e sicurezza: “Mamdani ha costruito il proprio consenso sul rafforzamento delle politiche sociali e sull’espansione degli interventi abitativi. Ha condotto una massiccia campagna elettorale sui social media che ha captato l’attenzione del giovane elettorato newyorkese, unendo l’attenzione verso le giovani generazioni e il loro rapporto con le nuove tecnologie con un messaggio semplice e facilmente comprensibile”. In tal senso, continuano gli esperti del Manhattan Institute “le divergenze con la linea dettata dall’amministrazione si riflettono sulle politiche sociali e sulla gestione dei senza tetto”. Dopo l’incontro alla Casa Bianca tra Mamdani e Trump nelle settimane passate è lecito chiedersi cosa ha portato il presidente degli Stati Uniti a smorzare i duri toni usati durante la campagna elettorale e secondo gli esperti del Manhattan: “una spiegazione dell’inatteso incontro tra Trump e Mandami è da ricondurre al rapporto strettamente necessario tra i due sotto l’aspetto legato ai sussidi che provengono dal governo federale alla città di New York".
Uno dei temi più sentiti in città è proprio quello della cultura anche grazie all’attività di numerose istituzioni culturali, musei, librerie, biblioteche e, tra le più attive, c’è l’Istituto di Cultura italiana diretto da Claudio Pagliara, storico corrispondente della Rai.
L’incontro con Claudio Pagliara è stata l’occasione per riflettere su un tema che troppo spesso resta sullo sfondo del dibattito pubblico: il ruolo strategico degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Non semplici avamposti della tradizione ma veri e propri laboratori di contemporaneità, capaci di raccontare un Paese che evolve, innova e si misura con le sfide globali senza rinunciare alla propria identità.
Pagliara ha insistito su un punto cruciale: l’Italia non può più permettersi di essere percepita soltanto come il luogo della memoria, dell’arte rinascimentale o del patrimonio storico. Questa dimensione resta fondamentale ma rischia di diventare una gabbia se non viene accompagnata da una narrazione altrettanto forte della vitalità contemporanea. Gli Istituti di Cultura, in questo senso, rappresentano uno snodo decisivo. Sono spazi in cui la cultura si fa diplomazia, relazione, influenza ma soprattutto sono luoghi in cui si costruisce un’immagine aggiornata del paese.
In questo contesto si inserisce l’iniziativa del SuperBook, un progetto ambizioso che mira a condensare e rilanciare l’Italia di oggi attraverso un racconto corale. I finalisti dei principali premi letterari italiani sono in questi giorni a New York per essere valutati da una giuria americana che aggiudicherà un premio in denaro di 10.000 dollari volto a tradurre in inglese e promuovere l’opera vincitrice negli Stati Uniti.
Non un semplice volume celebrativo ma uno strumento dinamico, pensato per intercettare linguaggi e sensibilità diverse. L’idea è quella di superare la frammentazione con cui spesso l’Italia si presenta all’estero: eccellenze isolate, storie di successo non sempre collegate tra loro, una difficoltà cronica nel fare sistema.

Il SuperBook, invece, punta a costruire una narrazione coerente, capace di tenere insieme cultura, impresa, ricerca, design, tecnologia. Un racconto che non rinneghi il passato ma che lo utilizzi come base per proiettarsi nel presente. In altre parole, un’Italia che non si limita a custodire, ma che produce, sperimenta, innova.
Non è un caso che, accanto a questa visione, trovi spazio anche una mostra dedicata agli abiti, come “Fashion Frames”, simbolo concreto di quella eccellenza italiana che unisce creatività, artigianato e industria.
Inserita nel contesto delle attività degli Istituti di Cultura, questa iniziativa rafforza l’idea di un’Italia contemporanea che si racconta attraverso molteplici forme espressive, superando i confini tradizionali tra cultura alta e produzione industriale. È proprio nell’intreccio tra settori – dalla manifattura creativa all’audiovisivo – che si gioca una parte decisiva della capacità del Paese di parlare al mondo.
Pagliara ha sottolineato come questa operazione sia anche una sfida comunicativa. Raccontare la contemporaneità italiana significa trovare nuovi codici, nuove forme espressive, nuovi canali. Non basta tradurre contenuti: occorre tradurre mentalità. Ed è qui che gli Istituti di Cultura possono fare la differenza diventando piattaforme ibride, capaci di connettere artisti, imprenditori, accademici, creativi.
L’obiettivo, in ultima analisi, è quello di rendere l’Italia nuovamente centrale nel discorso culturale internazionale, non solo come eredità del passato, ma come protagonista del presente. Una centralità che non si impone, ma si costruisce attraverso relazioni, progetti, visioni condivise.
Il legame tra gli Stati Uniti e l’Italia è reso possibile
anche dal lavoro quotidiano svolto dalla televisione di stato italiana con il suo corrispondente a New York, Marco Valerio Lo Prete, che abbiamo incontrato per approfondire l’attività di corrispondente negli Stati Uniti.