Viaggio nel Nordest che rifiuta il razzismo

APERTURA A Pordenone c’è una tolleranza antica, i primi stranieri sono stati gli yankee della base Usa di Aviano

nostro inviato a Pordenone

Nero come la notte, un mazzo di sedicenti Gucci e Prada e Armani gettate sulle spalle, il senegalese Ululumàinu saranno almeno tre ore che va avanti e indietro con la flemma di un dragamine sotto i portici: dal bar «Sbico», dalle parti del Municipio, fino all’ortofrutta «Da Pippo» (i fichi d'india a 4,60!) e ritorno. «Pochi sghei», prova a rincuorare i passanti. E in effetti i soldi che chiede non sono tanti. Ma con la crisi che c’è, in tre ore, di borsette Ululumàinu dice di averne vendute due. E guarda caso: un’acquirente era ghanese, l’altra algerina.
Fa una strana impressione girare per Pordenone, Sacile, Pasiano e le cittadine qui intorno all’ora dell’aperitivo, quando l’Electrolux (ex Zanussi) e le altre mille e mille fabbriche del circondario hanno chiuso i battenti. Ti guardi intorno, e le facce che vedi dicono: Burkina Faso, Algeria, Marocco, Albania, Punjab. E quando pensi di poter dire: ecco un italiano a cui chiedere un’informazione, il più delle volte sbagli. Sembra, italiano. In realtà viene da Timisoara, Romania, o da Pristina, Kosovo.
Quarantaduemila stranieri, ufficialmente, su una popolazione di 280 mila circa. Nell’ordine: albanesi, ghanesi, marocchini (7500 solo questi ultimi) e gli altri a seguire. «Qualcosa come il 15 per cento, il che fa di Pordenone la provincia col più alto numero di stranieri del Friuli», conferma il commissario Stefano Cadelli, presidente regionale del sindacato di Polizia Anip.
Razzismo però «zero», conferma Cadelli. Qui c’è una tolleranza antica. I primi stranieri, decenni orsono, sono stati gli yankee della base Usa di Aviano, quelli del 31° Fighter Wing. E i primi neri apparsi da queste parti avevano la faccia dei sergenti e dei caporali che venivano dall'Alabama, dalla Louisiana, dal Mississippi, e portavano il blues di John Lee Hooker e di B.B. King. Razzismo zero, dunque. Però gli automobilisti che ieri, intorno alle 13, percorrevano via della Comina, periferia nord, lambendo il campo d’aviazione da cui spesso s’involava Gabriele D’Annunzio, guardavano con occhi diversi dal solito le centinaia di musulmani che sciamavano fuori dalla nuovissima moschea di Pordenone. Due mondi separati. Al di qua della strada una moschea-fabbrica, ricavata in un vecchio e triste capannone industriale grigio, col tetto di eternit, ultimata a tempo di record ( ma all’esterno i muratori sono ancora all'opera) in vista del Ramadan. In giro, un mare di jellaba candidi e zucchetti bianchi. Rare, rarissime le donne.
A guidare la preghiera oggi è stato Abdul Hadi. E naturalmente non si è fatto che parlare di Sanaa, la diciottenne sgozzata dal padre martedì scorso. «Abbiamo recitato la preghiera del perdono e della misericordia sia per il padre che per la figlia», spiega Harbouche Kais, 38 anni, algerino, in Friuli da 16 anni. Racconta Harbouche che la comunità musulmana ha deciso di versare i 7 euro della zakat (l’elemosina prescritta dal Corano al termine del Ramadan) a Fatna, la mamma di Sanaa e alle sue due figlie. Ci sono da pagare le spese del funerale (stamani, alle 9), e poi il viaggio della salma e dei parenti a Rabat. E ci sarà da pagare un avvocato per El Ketawi, il padre assassino. Un avvocato bravo, che sappia quali tasti toccare (l'infermità mentale, come l’altro ieri già suggeriva ingenuamente il fratello di El Ketawi, Mohammed?) per alleviare il castigo dei giudici. Perché El Ketawi, poverino, magari ha esagerato col coltello, si sono detti in moschea nel giorno della preghiera. Però, certo, «la donna musulmana deve essere velata, e una ragazza anche se ha appena fatto 18 anni fa quel che le dice il padre», dice Harbouche, che lavora in una pasticceria di Cordenons, e come si fa a non vedere che quella ragazza -tutta occhi truccati, spalle scoperte, minigonne e Facebook, che se ne va di casa con uno di trent’anni che non ha neanche chiesto la sua mano- si era messa fuori dalle regole previste dal Corano? E insomma sembra di essere a Catania o a Reggio Calabria nel 1953. Ecco il tono dei discorsi di tutti i Mohammed che si sono salutati alla preghiera del venerdì, al di là delle stucchevoli dichiarazioni per la stampa preconfezionate da certe vecchie lenze del politicamente corretto come Ouatik, imam di Pordenone, che ha capito come funziona il «chiagni e fotti» del saper vivere in terra cattolica. «La nostra è cultura di tolleranza», «il velo è ordinato da Allah, non dai mariti», «le nostre figlie frequentano gli italiani, ma nel rispetto delle nostre regole» dice il refrain.
Nessuno, a battere i 3100 metri quadrati della moschea (1100 solo il capannone) che abbia il coraggio di dire la verità. E cioè che Sanaa, e Hina prima di lei, e le altre che - Dio non voglia - verranno, sono il frutto di un'integrazione malintesa, difficile, pagata a caro prezzo. Che nel fondo non funziona. Anche se la religione non è il motivo scatenante ma solo il «fondale» della scena. Perché il padre assassino, come dice il professor Marco Orioles, sociologo all'università di Udine «non ha agito tanto in virtù di una precisa concezione dogmatica della vita, ma perché è un uomo incapace di misurarsi con la modernità da cui è circondato. E dunque, anche se non si tratta di un «delitto islamico» resta la domanda: quanti potenziali El Ketawi,incapaci di tollerare la prospettiva di una figlia o una moglie integrate in Occidente ci sono, nell'universo di migranti? Quanti i padri e le figlie che non si riconoscono più?» E arriveremo mai a una società multietnica come quella che vagheggia Gianfranco Fini; a una «immigrazione riconciliata con se stessa», come dice Orioles?