
Intanto il vintage è etico. Perché si oppone al fast fashion, contrasta lo spreco, rigetta i capi fatti così così destinati a sfasciarsi con niente e a durare ancora meno. Quindi il vintage è anche estetico perché, al contrario, punta su pezzi realizzati con ottimi tessuti e manifattura impeccabile. Perciò il vintage è anche esclusivo, perché ci vogliono gusto e stile per andare a caccia di certi must, per conoscerli e riconoscerli, per avere la personalità di prescindere da ciò che è di moda o che esibisce loghi: il vintage non omologa e non appiattisce. Ma non è inaccessibile, malgrado quello sponsorizzato sui social mostri solo il vintage di marchi esclusivissimi.
I veri estimatori adorano andarlo a scovare durante i viaggi, anche nei posti più impensabili, come ad esempio, in America, a certe vendite nei cortili o addirittura nelle scuole, nei mercatini di Londra e ovviamente sul web, grazie al quale il mondo è ormai tutto a portata di mano. Perché il vintage è un modo di vivere e la ricerca dei pezzi, per i cultori del genere, fa parte del gusto dell'avventura: per inventare la nostalgia ci vuole dedizione.
Lo sa bene Francesco Salamano, torinese, classe 1966, esperto di comunicazione e docente universitario di marketing, comunicazione e storia dei costumi, che sul tema ha scritto un libro (Vintage, manuale di moda maschile guida per avere uno stile perfetto; edizioni Emetra 192 pagine, 25 euro). Foto, miti del cinema, grandi stilisti, intramontabili simboli del fashion, pezzi classici e capi iconici: tutto ciò che un uomo dovrebbe possedere per poter comporre un guardaroba perfetto. Una lunga caccia al tesoro in cui, il premio finale, è lo stile.
Salamano apre il racconto della sua collezione privata, assemblata in trent'anni e ben lontana dall'essere conclusa. E mette tutto in questo volume che è un po' manuale, un po' inno d'amore, un po' bon ton. Spiega come riconoscere i capi di qualità, suggerisce quali acquistare facendo "caso a cosa" e mostra i migliori abbinamenti a seconda dell'occasione, fa un elogio delle etichette originali: garanzia di autenticità ma anche storia a se stante. Racconta che le imperfezioni (la patina di un giubbotto di pelle con le abrasioni o un tessuto di qualità che mostra qualche segno d'usura) hanno il loro inconfondibile fascino, guida la nostra attenzione ai particolari che fanno la differenza (dai bottoni alla zip). Dedica un capitolo ai capispalla, uno a quelli militari, un altro a quelli sportivi, ai giubbotti di pelle, al denim, alla maglieria, ai look "indispensabili" per montagna, mare e campagna. Orienta il gusto tra aneddoti e citazioni, oggi che lo stile fa difetto, oggi che conosciamo il prezzo di tutto e il valore di niente. Ci sono i cardigan dei giocatori di baseball dei college anni Sessanta (moda partita da Harvard nel 1865 e dalla voglia dei suoi studenti di esibire anche sugli abiti quella prestigiosa appartenenza) che abbiamo visto su John Travolta in Grease: lui, nel film era in realtà un T-Birds (praticamente un maranza di oggi ma con più stile perché erano, appunto, i favolosi Sessanta) ma quando si innamorò della perbenissima biondina Sandy (Olivia Newton John) entrò nella squadra d'atletica della Rydell High School. C'è il costume da bagno indossato da Truman Capote nel 1958, ma anche la polo di spugna di Aristotele Onassis, l'inseparabile T-shirt di Giorgio Armani, i pantaloni Chinos "Us Air Force" indossati incomparabilmente da Paul Newman, la camicia Oxford del sognante, inglesissimo Hugh Grant di Notting Hill, il Blazer "Gieves" con i bottoni d'oro di Carlo d'Inghilterra quando ancora non era Re, lo smoking di Sean Connery nello 007 per eccellenza, quello di Dalla Russia con amore. Ma c'è anche il cappotto grigio di Cary Grant, uno degli uomini più eleganti al mondo, e c'è il gessato di Michael Douglas quando ha vestito i panni di Gordon Gekko, o l'abito di lino bianco indossato da Julio Iglesias sulla copertina dell'album Se mi lasci non vale, i chiodi di pelle dei Ramones su quella di Rocket to Russia, la camicia in denim con bottoni madreperla a pressione lasciati aperti sul petto di Richard Gere, il Barbour stropicciato e graffiato di Robert Redford. E ci sono Gianni Agnelli, Elio Fiorucci (l'uomo che ha venduto i jeans agli americani), Yves Saint Laurent e John Fitzgerald Kennedy. Dalla camicia da boscaiolo al piumino, dalla giacca di montone al dolcevita, ai pantaloni camouflage.
Una passione pura, quella di Salmano iniziata in tempi non sospetti.
Da ben prima che i social si ingolfassero di piattaforme per la compravendita di pezzi preziosi, da ben prima che le aziende milionarie del fashion fossero costrette a ripensare al proprio business e al proprio stile rispolverando gli archivi storici in cerca di meraviglie con cui ingolosire la moda. Perché oggi, per essere veramente avanti, tocca tornare un po' indietro. Perché oggi, il nuovo uomo è vintage.