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Un viaggio al nero d'inchiostro nella Bosnia rossa di sangue

I reportage a fumetti di Joe Sacco raccontano il fallimento dell'Europa

Un viaggio al nero d'inchiostro nella Bosnia rossa di sangue

Raccontare l'irraccontabile. Questo è uno dei compiti del giornalismo. Per portarlo a termine a volte non basta una foto, che è solo il congelamento di un lampo di spazio tempo, realtà senza spiegazione. E non basta un articolo o un reportage, anche librario, perché le parole hanno un limite, evocano ma non mostrano. Ecco perché vale la pena di inoltrarsi tra le durissime pagine della graphic novel di Joe Sacco: Bosnia 1992 - 1995 (Mondadori, pagg. 420, euro 32). Racconta la guerra civile jugoslava come difficilmente altri mezzi espressivi renderebbero possibile. Sacco, giornalista maltese-statunitense, è universalmente considerato il pioniere del graphic journalism. Coniuga il rigore dell'inchiesta sul campo con il fumetto, raccontando conflitti e crisi umanitarie. In questo caso il volume raccoglie tre dei lavori che ha dedicato alla mattanza balcanica: Gorazde area protetta; Neven; La fine della guerra.

Partiamo dal primo racconto Gorazde area protetta, che prende le mosse nell'autunno del 1995, nella periferia dimenticata di un conflitto che sarebbe finito, da lì a poco, con gli accordi di Dayton (14 dicembre 1995).

Accompagna il lettore all'interno dell'enclave musulmana più isolata della Bosnia che, quasi per tutto il conflitto, era stata circondata, resistendo disperatamente, dalle forze serbe. L'assedio di queste 57mila anime fu tremendo ed è stato poco raccontato rispetto alla guerra dei cecchini di Sarajevo o all'eccidio di Srebrenica. A molti il nome della città potrebbe addirittura non dire niente.

Eppure Gorazde è stata brutalmente martirizzata. Nel maggio del 1993 gli Usa dichiararono Gorazde zona protetta. Nel marzo successivo vi fu un'offensiva di fanteria portata avanti dai musulmani bosniaci a Ustipraca, importante nodo stradale nei pressi della città. Nell'attacco vennero incendiati sei villaggi serbi.

Quasi subito partì la controffensiva dei serbi di Bosnia, ma con il vantaggio dell'artiglieria pesante. Dalle colline, bombardarono incessantemente la città per giorni; le disperate richieste di aiuto dei radioamatori dell'enclave parlavano di un ritmo di tre granate al minuto. Poi passarono al tiro alzo zero: le case vennero colpite direttamente dai carri armati posizionati sulla destra orografica della Drina. I morti furono 300 e 1100 i feriti. Questo è lo sfondo della narrazione per immagini di Sacco, un vero e proprio reportage che inizia quando un convoglio dell'Onu riesce finalmente ad entrare in città. E con i camion di aiuti alimentari scortati dalle blindo Panhard dei caschi blu francesi arrivano i giornalisti tra cui Sacco. Ogni tavola un incontro, un ricordo raccolto tra chi è sopravvissuto all'assedio.

Quello di Sacco è un racconto per dettagli. Ci sono le case bruciate esattamente come le ha viste chi abbia avuto l'avventura di passare per la Bosnia anche anni dopo il conflitto. Spesso sopravvive solo il camino. Ci sono le persone con le loro vite dai fili spezzati. Si era amici il giorno prima che scoppiasse il conflitto e il giorno dopo non ci si poteva più parlare, al massimo sparare. Serbi da una parte, Musulmani e Croati dall'altra. C'è il disegno preciso della piaga frastagliata che un colpo di Rpg lascia su un muro. E poi c'è anche molta normalità, la voglia di vivere che non se ne va, che si infiltra nelle crepe della guerra civile: le feste organizzate per accogliere i giornalisti, dove l'alcol scorre a fiumi. Le ragazze che trovano comunque il tempo per amoreggiare, i bambini che giocano con niente. C'è anche il buio notturno di una città che per molti versi è tornata al Medioevo e la creatività di guerra. Come i mulini galleggianti sulla Drina utilizzati per produrre un po' di elettricità. Poi certo ci sono pagine in cui irrompe la battaglia guerreggiata, i ricordi degli scontri fatti dai superstiti. I carri armati e le esecuzioni sommarie, le fughe, le avanzate, il non senso che porta a radere al suolo qualunque cosa con la speranza che non torni più nessuno: pulizia etnica.

Ma è la normalità di vivere nell'inferno la cosa che segna di più questo volume. Dà conto di quello che sarebbe successo dopo, di quelle linee di faglia che sarebbero rimaste per sempre a dividere persone che, per tantissimo tempo, erano riuscite a vivere assieme senza problemi e che di colpo si videro proiettare in un odio infernale.

Sacco fa raccontare dai suoi protagonisti la lunga storia di frammentazione della Jugoslavia. Le fratture e l'odio che già erano divampati durante la Seconda guerra mondiale. Odio che gli italiani conoscono bene visto l'esodo giuliano e dalmata, il dramma delle foibe. Eppure nemmeno la storia basta a dar conto di come nella "terra del latte e del miele", come viene chiamata la Bosnia si sia sgretolato il tessuto della civiltà. E si siano sgretolate anche l'Europa e l'Onu.

Difendere Gorazde risultò alle forze Onu quasi impossibile. Non riuscirono a fermare i due contendenti. Solo, nei momenti più disperati, a inondare di bombe le artiglierie serbe nel tentativo, almeno, di pareggiare la contesa. Alla fine il sindaco della città rinfacciò alle truppe Onu: "Tanto valeva che la città l'aveste bombardata voi".

Troppo facile forse gettare la croce addosso a contingenti che restavano schiacciati tra le regole d'ingaggio e l'assenza di precisi input politici. Ma di certo il fallimento del Vecchio continente nel far ordine nel suo giardino di casa avrebbe dovuto essere un tragico monito. Se fosse stato ascoltato le cose avrebbero potuto andare diversamente per il Kosovo e forse, oggi, per l'Ucraina che, prima dell'aggressione di Putin, molti europei avrebbero stentato a trovare sulla carta geografica.

Tutto questo nei disegni di Sacco c'è, ma non come ci sarebbe in un saggio di geopolitica. Misurato invece sulla pelle delle persone. Quelle persone che hanno visto il loro vicino di casa portato via dalle milizie, o al contrario mettersi la giacca da miliziano e iniziare a sparare col kalashnikov dalla sua casa al di là del torrente. Verso chi? Verso tutti, facendo detonare in prima istanza quella che sino a un momento prima era stata anche la sua vita. E Sacco è bravo a raccontare la cosa più assurda di tutte. Lo scoppio della pace, una pace tremante, sospesa. Una pace che non mette a posto ma è piuttosto un vuoto, un'assenza di guerra. Molti anni sono passati ma quel vuoto c'è ancora, ed è un vuoto benedetto.

Ma non è quello che si sognava quando caddero i muri e il comunismo. E oggi nel vuoto c'è il rischio sempre più forte, che al ritmo dei cannoni il mondo diventi sempre più Bosnia. Senza nemmeno averne sempre la malinconica bellezza.

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