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Violenza domestica tra clochard nella stessa tenda

Il giaciglio di fortuna considerato dal giudice come luogo di convivenza e dei maltrattamenti

Violenza domestica tra clochard nella stessa tenda
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La tenda di due clochard e la stessa coperta considerate come una casa coniugale. Succede nel processo che vede protagonisti due senzatetto, uno imputato e una parte offesa. Per i giudici infatti, tra due persone che condividono semplicemente una coperta sotto cui dormire, può esserci una convivenza in termini giuridici. Ieri la vicenda processuale si è conclusa con il patteggiamento di tre anni e sei mesi davanti alla Prima sezione d'Appello per maltrattamenti in famiglia. E.A., difeso dall'avvocato Maria Laura Ghitti, è accusato di vessazione ai danni di A.B., donna trans assistita dall'avvocato Patrizio Nicolò, "alla quale era legato da un'intima amicizia e con la quale condivideva una tenda procurandole penose condizioni di vita attraverso reiterate violenze fisiche e psicologiche". L'uomo era stato condannato in primo grado dal giudice Alberto Carboni", che argomentava: "Pur non risultando l'imputato e la parte offesa parte di un medesimo nucleo familiare, né residenti presso una medesima abitazione, in quanto entrambi senza fissa dimora, non può dubitarsi" del contesto in cui è maturato il reato. "L'imputato condivideva con la parte offesa la stessa coperta presso il parco Formentano e dormiva con lei da due anni. Tale circostanza, a prescindere dal fatto che i due si considerassero fidanzati, implica la sussistenza di un rapporto affettivo stabile e radicato, tale da determinare una reciproca aspettativa di mutua solidarietà e di affetto.

Le condotte descritte dalla parte offesa, in quanto inscritte nell'alveo di un rapporto affettivo rilevante, che si estrinseca nella condivisione degli spazi di vita e di riposo presso il parco Formentano", sono alla base del reato contestato.

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