Misia Sert non scrisse mai le sue memorie e sì che ne avrebbe avute di cose da raccontare. Era stata la regina della Parigi della Belle Époque e poi ancora di quella dei folli anni Venti e, sia pure con qualche umiliazione e facendo finta di porgere la corona a chi se l'era già presa con la forza, ancora negli anni Trenta aveva continuato a brillare, anche se l'età, era entrata nella sessantina, e il clima cultural-politico, una capitale e una nazione sempre più ideologiche e sempre meno inclini a divertirsi e a stupirsi, le avevano fatto capire che il suo mondo non sarebbe più tornato.
No, non scriveva Misia Sert, perché si annoiava e, del resto, suggerì acidamente Coco Chanel, che fu una sua scoperta e una amica-nemica sino alla morte, non aveva mai letto un libro in vita sua e non leggeva nemmeno le poche lettere che scriveva. In compenso ne riceveva molte ed era sempre presente, fra le righe oppure in maniera esplicita, nella corrispondenza, nella conversazione, nella memoria scritta e parlata di chi in quell'arco di tempo che va dalla fine del XIX secolo alla fine della Grande guerra aveva lasciato la sua impronta. L'elenco era lungo, da Renoir a Toulouse-Lautrec, da Mallarmé a Proust, da Diaghilev a Colette, a Picasso. Quel nome, amato e odiato, evocato e maledetto, celebrato e svergognato, c'era sempre e comunque. D'altra parte, se c'era qualcuna senza vergogna, quella era Misia Sert.
Alla fine, e una volta morta, le sue memorie le scrisse il suo segretario nonché esecutore testamentario, Paul Risthelhueber, Boulos, per gli amici. Rielaborò quello che lei gli era andata raccontando nei suoi ultimi anni, recuperò qualche appunto, per il resto inventò. Il libro uscì come autobiografico, ma non ci credette nessuno.
Bene ha fatto dunque Francesca Frigerio nel riprendere in mano le vicende di una donna che fu una sorta di disinibita quanto instancabile ninfa egeria delle arti, straordinaria scopritrice di talenti precoci, perché lo era stata lei stessa, pianista d'eccezione, un'altra delle sue passioni lasciaste poi cadere per accidia mista a stracchezza.
Lo ha fatto con un libro, Misia e basta (Manni editore, 316 pagine, 22 euro) che è un'intelligente biografia in forma di romanzo, molto ben scritta e molto più vicina alla verità riguardo alla stessa Sert di quanto non lo sia stata, di volta in volta, la memorialistica sparsa, perché, appunto come nel suo caso, si è scevri di ogni pregiudizio a conoscenza di un più ampio spettro di testimonianze. A ciò la Frigerio aggiunge conoscenze profonde dell'atmosfera artistico-culturale in cui si mosse l'esistenza di Misia Sert, il che le permette un'esatta quanto vivace ricostruzione di feste, scandali, polemiche, viaggi, dibattiti che fanno del suo libro un brillante resumé di un'epoca irripetibile.
Nata a San Pietroburgo nel 1872, padre polacco, madre belga che morirà nel metterla al mondo, a vent'anni Misia diede il suo primo concerto pubblico, a 21 era già sposata e abbandonava, con disperazione di Gabriel Fauré, di cui era stata allieva, l'idea di una carriera concertistica. Da allora si esibirà soltanto in privato e per amici e bisognerà aspettare il 1933 perché ce ne sia un secondo e ultimo. Era una scelta legata alle convenzioni sociali del suo tempo, ma era anche la spia di un modo di essere: a Misia piaceva brillare, ma voleva che ad ardere fosse la legna degli altri, non era una creatrice, ma una sorta di dinamo che si caricava con l'energia altrui la rimandava centuplicata. Eccitava il genio con la sola vibrazione del suo essere ricorderà Paul Morand.
Bisogna dire che nel suo caso, è la giovinezza a fare il resto. Capelli rossi, fisico pieno, un po' gatta e un po' bambola, Misia diviene il modello artistico e insieme l'oggetto del desiderio di intellettuali, pittori, poeti, musicisti, giornalisti che ruotano intorno alla rivista del marito, la Revue blanche, la più sofisticata delle riviste francesi di fine Ottocento. È ricca, è donna ed è bambina, sa essere crudele. In Venises, ancora Paul Morand riporta un giudizio paterno: A vent'anni la vedevo in casa del padre, lo scultore Godebeski: una bella pantera, imperiosa, sanguinaria e futile.
Philippe Berthelot, che dietro le quinte dirige l'allora politica estera della Francia, dirà che non bisognava mai confidarle ciò che si amava, perché in caso contrario lei se ne sarebbe appropriata senza rimorso. "Ecco il gatto, nascondete gli uccellini!" sarà solito ripetere quando Misia suonava alla sua porta. Riuniva amici fra loro sconosciuti per poterli meglio metterli successivamente in disaccordo dirà a sua volta Marcel Proust. Secondo Coco Chanel, Misa stava a Parigi come la dea Kalì stava al Pantheon indù, sacerdotessa della distruzione e insieme della creazione, il gusto asiatico di distruggere e di dormire, dopo la catastrofe, con l'animo sereno, in mezzo alle rovine.
Allumeuse, c'era in Misia più frigidità che piacere della carne. Geniale nella perfidia, collezionista di cuori e di alberi Ming di quarzo rosa, nella vita Misia fu, stando sempre a Paul Morand, Madame Verdurin più della vera e viene da qui la definizione di Madame Verdurinska coniata da Coco Chanel: del personaggio proustiano aveva il gusto ridicolo della sensiblerie artistica, ma in più il talento nel riconoscere i talenti, mietitrice di geni. Quanto a Proust, nella sua Recherche la immortalerà nei panni della principessa Yourbeletieff..
Avendo vissuto del desiderio degli altri, Misia cominciò a morire via via che quel desiderio prese a scemare. Speculare al suo tramonto, e a renderlo più amaro, ci sarà il crescente trionfo di quella Coco Chanel che lei aveva scoperto e ripulito, come si fa con un diamante grezzo. A un certo punto Coco divenne Misia, mecenate e protettrice, dittatrice ammirata, ed in qualche modo il cerchio si chiuse. Tre anni prima di morire Horst fotografa quest'ultima a Venezia, all'Accademia, davanti a un quadro di Veronese. Indossa un abito Chanel, ha la sua stessa allure, persino lo stesso fisico, una sorta quasi di impossibile, inutile passaggio di consegne...
Quando morì, nell'ottobre del 1950, sarà Coco a recassi nell'abitazione di rue de Rivoli per vestirla e treccarla per lultimo saluto. Aveva 78 anni, era quasi cieca, l'anno prima era finita dentro per possesso di stupefacenti.