"Per vivere (e scrivere) ci vuole stile"

Lo scrittore francese, raffinato nipotino della beat generation, sbarca in Italia con sei romanzi "Non mi piacciono gli autori autoreferenziali. Meglio confrontarsi con storia, cinema e tivù"

"Per vivere (e scrivere) ci vuole stile"

Con Philippe Djian non ci si fa mancare proprio nulla, forse perché - da buon romanziere global-francese contemporaneo - ha saputo strizzare l’occhio ad argomenti tanto glamour quanto fintamente drammatici, vale a dire molto «pop»: la confusione dei sentimenti, le relazioni coniugali stanche e allo stesso tempo sovraerotizzate, in stile «parigino-blasé», il problema delle generazioni perdute, come quelle degli ultimi due decenni, la solitudine, le donne giovani e «piene di vita», e non da ultimo la vecchiaia un po’ cinica e marpiona, comunque seducente, à la Depardieu.

Raffinato nipotino dei beat, nonché di Salinger e Bukowski, ammiratore di Céline ma ancor più di Carver, Djian ha preso dalla «scuola americana» il talento per la costruzione del plot (le sue trame sono veloci e leggere) e quello per il marketing di se stesso. La sua, oltretutto, è la «solita» biografia pseudo-leggendaria: scaricatore di porto, casellante autostradale, nomade per le città e le isole del mondo, pubblicista, intellò con entrature medio-borghesi, appassionato di alcol, sesso e droghe, rockettaro european-style.

Tutto accompagnato da un carattere scorbutico e un viso rugoso, che somiglia un po’ a quello di Martin Amis quando fa il truce.
Per alcuni, Djian è solo un autoraccio di «soap» letterarie da stazione. Per molti, invece, compreso Gallimard, è un redditizio stakanovista della scrittura. Da noi, Voland ha pubblicato l’anno scorso Imperdonabili, riscuotendo un buon successo di critica e pubblico, e sta per uscire in questi giorni con 37° 2 al mattino, a cui seguiranno altri quattro titoli. Per chi volesse e potesse, Philippe Djian sarà oggi al Festival di Massenzio e il 9 giugno ancora a Roma alla libreria minimum fax per una presentazione della novità, insieme alla sua fan italiana Rossana Campo.

Monsieur Djian, che aria tira nella letteratura francese oggi e qual è il posto che lei vi riveste?
«Quello che trovo interessante è l’abbandono della letteratura ombelicale, centrata sui tormenti dell’ego. C’è una rinascita del romanzo storico, tanto che si è creata ultimamente una discussione intellettuale sul fatto se sia lecito o meno scrivere racconti di questo tipo: con quale autorità, facendo quali ricerche, e così via. Secondo me è lecito, fatto salvo lo stile, che deve essere sempre al centro di ogni libro. Nel mio caso, mi sforzo di cogliere l’evoluzione del linguaggio. So che scrivo storie talora molto semplici, ma è perché vorrei che fosse lo stile a sopravvivere, grazie alla sua vitalità. Oggi 37° 2 al mattino lo scriverei in modo ancora diverso».

Ha detto che «Imperdonabili» è un romanzo sul dolore e sui modi per affrontarlo e che invece troppi libri sono fatti solo per esigenze estetiche. Non trova che oggi la letteratura sia, appunto, troppo terapeutica?
«Le confesserò di non avere dogmi a proposito della letteratura, delle sue funzioni, della sua utilità, compreso quella terapeutica, che in alcuni momenti della mia vita, ma solo in alcuni, è stata di certo salvifica. Quando ho detto quella frase, pensavo a Proust, a quei lettori che cercano quel particolare tipo di emozione estetica che dà la Recherche. Sta di fatto che i libri non nascono perché il lettore si metta in poltrona, li apra e cominci a dire: è bellissimo, è bellissimo! Tutt’altro. La letteratura, questo mi sento di affermare, deve insegnare a vivere».

Autori che insegnano a vivere?
«Salinger, per me essenziale, poi Kerouac, Melville, Carver, Hemingway, Cendrars. Tutti loro hanno scritto pagine di carattere formativo, e non semplici momenti estetici. Houellebecq è bravissimo, un ragazzo gentile. Lo incontro spesso ai reading internazionali. Gli scrittori francesi stanno capendo che fare gruppo è più importante che essere primedonne. Per questa ragione, io e mia moglie abbiamo fondato un’etichetta artistica che raduna romanzieri e poeti, ma anche musicisti e attori».

Da «37° 2 al mattino» è stato tratto nel 1986 il celebre «Betty Blue», con Beatrice Dalle. Anche «Imperdonabili» sta diventando un film, per la regia di André Téchiné...
«So cosa mi sta per chiedere. Che rapporto c’è tra letteratura e cinema. Be’, secondo me nessuno. In questo periodo sto trasponendo in sceneggiatura cinematografica tre miei libri - Impuretés, Impardonnable, Incidences - e mi accorgo che cinema e letteratura sono due mezzi di espressione molto distanti tra loro: lo si vede confrontando 37° 2 al mattino con il film che ne è stato tratto. I due personaggi sono psicologicamente molto più ambigui e fecondi nel romanzo che sul grande schermo. Certo, oggi il cinema è spesso banale, dobbiamo portare pazienza».

Lei ha preso molto anche dalla Tv.
«Un altro immaginario, insieme al cinema, con cui un romanziere si deve necessariamente confrontare, se non vuole marginalizzarsi da solo. Ho scritto la sequenza di romanzi Doggy bag strutturandola come se fosse una serie tv, con “stagioni” e personaggi ricorrenti. In tutto questo, lo scrittore deve solo badare a non perdere lo stile: è un po’ come Maria Callas, che canti Verdi o le romanze napoletane, quel che ascoltiamo davvero è la sua voce».

Il suo rapporto con la politica?
«Non ho rapporti con la politica, solo con la società. Penso che la gente che legge è poi quella che va a votare, e se lo scrittore ha un ruolo politico è quello di non perdere il contatto con i propri lettori».

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