Vodka Martini, Mojito o Daiquiri? A ogni scrittore il suo drink

I cocktail hanno segnato (e ispirato) grandi autori. Ecco quali

Shaken, not stirred - «Agitato, non mescolato» - è la frase scritta da Ian Fleming e pronunciata da James Bond, ordinando un Vodka Martini. Un cocktail molto letterario.

Letteratura, cocktail, scrittori... Una miscela proporzionata ed equilibrata. Straight Up, On the Rocks, Tall, Fizzy o «Exotic»?

A proposito di Ian Fleming (1908-64). Aveva un rispetto particolare per i liquori, sensibilità di cui ha intriso i suoi personaggi. E comunque - anche se sembrerà strano a un astemio - alla fine champagne e whisky sono citati nei romanzi della saga di 007 più spesso dei Martini...

In una mano un cocktail, nell'altro la penna. L'ispirazione nasce più spesso da un Moscow Mule che da una Musa.

Ernest Hemingway (1899-1961) amava la caccia, le corride e due drink in particolare: il Mojito, cocktail di origine cubana a base di menta, e il Daiquiri, una miscela di rum, limone, zucchero, ghiaccio tritato e maraschino. Chiedere al bar «El Floridita», nel centro storico de L'Avana, che Hemingway scoprì negli anni Trenta. Si sedeva sempre all'angolo sul lato sinistro del bancone.

William Faulkner (1897-1962) era un narratore strepitoso e un bevitore straordinario ma - a differenza del rivale Ernest - accusava facilmente il colpo. Si ubriacava spesso, lavorava di sera bevendo, e al mattino non ricordava cosa avesse scritto. Il discorso per l'accettazione del premio Nobel, nel 1954, lo pronunciò già minato dall'alcolismo. Eppure fu una performance lucidissima. La sua bevanda preferita, d'estate, era il Mint Julep (considerato il primo cocktail nella storia degli Stati Uniti): se lo faceva da solo mescolando bourbon con un cucchiaino di zucchero e due foglioline di menta schiacciate. D'inverno invece Hot Toddy. «Lo preparava - racconta la nipote - con le maniere svelte ma sicure di un medico di campagna. Prima prendeva un contenitore di vetro pesante, poi lo riempiva più o meno fino a metà con bourbon Heaven Hill. Aggiungeva un cucchiaino di zucchero, spremeva mezzo limone, mescolava finché lo zucchero non era sciolto». A quel punto aggiungeva acqua bollente e serviva, «insieme alle presine per non scottare le mani».

Per Charles Bukowski (1920-94) la necessità di bere era solo di un grado, alcolico, inferiore a quella di scrivere. Il suo cocktail preferito era il Boilermaker, nient'altro che whisky mescolato a birra. Francis Scott Fitzgerald (1896-1940), bevitore molto spettacolare, ma che reggeva poco l'alcol, così come la moglie Zelda (ai party della Lost Generation non passavano mai inosservati) amava il Gin Rickey, a base di ghiaccio, gin e succo di limone (e in generale tutti i cocktail a base di gin: era convinto che fosse l'unico alcolico di cui non restasse traccia nell'alito). Peraltro fu proprio Fitzgerald a inventare il verbo «to cocktail» coniugato per la prima volta in una lettera a Blanche Knopf, moglie dell'editore Alfred A. Knopf.

Jack Kerouac (1922-69) ordinava invece il Margarita, souvenir di folli viaggi on the road in Messico («Non bere per ubriacarti, ma per goderti la vita», sosteneva, ma non c'è da crederci). Dorothy Parker (1893-1967) - penna satirica e pinte di alcol - apprezzava in particolare il Whisky Sour (parti uguali di whisky e succo di limone e mezza parte di sciroppo). In alternativa anche il buon vecchio Martini: gin e vermut dry. Sua la celebre battuta a un party in suo onore: «Adoro farmi un Martini, perfino un secondo bicchiere, al terzo finisco sotto il tavolo, al quarto sotto il mio cavaliere». Poi c'è Truman Capote (1924-84). Altro che colazione da Tiffany. Beveva fin dal breakfast e considerava la scrittura «un lungo intervallo fra un drink e l'altro». Il suo prediletto era lo Screwdriver, a base di vodka e succo di arancia. E poi c'è l'aneddoto - ma forse non è tale - su Raymond Carver (1938-88). Beveva così tanto che gli allievi dei suoi corsi di scrittura creativa lo invitavano a pranzo per assicurarsi che mangiasse, altrimenti lui aveva l'abitudine di sostituire i pasti con numerosissimi Bloody Mary.

Anthony Burgess (1917-93) ha bevuto più o meno pesantemente per tutta la vita. Ecco la sua ricetta per l'Hangman's Blood, un cocktail che ha ideato negli anni Sessanta e che descrisse sul Guardian: gin, whisky, rum, porto e brandy. Cui viene aggiunta una bottiglia di birra scura e champagne. «Ha un sapore molto morbido, induce in qualche modo un'euforia metafisica e raramente lascia i postumi di una sbornia... Lo consiglio per un lift rapido, anche se costoso».

Nota a margine. L'autore di Arancia meccanica, amico di Indro Montanelli (ma poi i due litigarono quando Burgess passò al Corriere della sera) scrisse per qualche anno su questo Giornale, verso la fine degli anni Settanta. Tra i suoi elzeviri, uno dei più belli (sarebbe da ripubblicare) è il Diavolo nella bottiglia. Sul rapporto virtuoso tra alcol e scrittori. «Barman, un altro!».

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