Vuoi vedere che Maradona sa allenare?

Cosa ricorderemo, El Pibe o El Pipita? L’allenatore che non ti aspetti o il goleador che segna «triplete», annunciando una regina con un rullio di tamburi? Scrivi commissario tecnico e leggi Maradona, testa nel calcio e non nel pallone. Vuoi vedere che Diego ci lascerà ancora a bocca aperta e Gonzalo Higuain sarà la sua spada? Largo ai Maraboys. Finalmente è Argentina. Cioè quella vera, che sa giocare secondo tradizione antica e necessità moderne. Credibile e da almanacco. Non quella sprecona, e calcisticamente meno comprensibile, che ha faticato contro la Nigeria. Magari un giorno El Pipita sarà come El Pibe, come Pablito: quelli che fanno gol e fanno storia. El Pipita, alias Leonardo Gonzalo Gerardo Higuain, per ora è entrato nella storia del mondiale e dell’Argentina. Triplete, ma di gol. Alla faccia dei rospi ingoiati con il Real Madrid.
Argentina o Maraboys? Tutt’uno. Vince l’Argentina di Maradona in ogni senso. Lui sta dimostrando quello che nessuno avrebbe mai creduto: è allenatore a 360 gradi. Incanta gli uomini (non solo le donne), ma si sapeva. Gestisce e sagoma una squadra: ed era forse più difficile da credere. Maradona per ora ci ha preso. Ieri ha riveduto il suo centrocampo (fuori Veron) e tutto ha funzionato meglio, perfino il sopravvalutato Di Maria, fortemente voluto da Mourinho al Real. Facile, si dirà, avendo tanti campioni. Appunto: non tutti se la cavano con campioni e genietti del pallone. Diego ha un gruppo di attaccanti da mettere il brivido e che non ti lasciano mai senza il brivido. Finora i gol sono stati cinque, ma potevano essere il doppio. Basta vedere lo score di ieri: tiri verso la porta 22, in porta 11 (i coreani 2). I prediletti del ct tengono banco. Heinze (l’unico difensore che non toglierebbe mai) gli ha servito la vittoria contro la Nigeria, perché qualcuno aveva la mira storta. Stavolta si sono mossi in quattro. L’idea di veder Blatter, il grande nemico, consegnare la coppa a Maradona, restando con due palmi di naso, pare faccia da doping più dei baci e degli abbracci di Diego. Non a caso ieri giocavano nel Soccer City, lo stadio di Johannesburg destinato alla finale.
Messi ha divertito e provato di tutto, anche la rete: dal suo piede è partita ogni azione-gol. A lui, al massimo, è toccato un palo, in attesa di tempi migliori. Tevez è stato un diavolo. «Ho ventitré leoni», ha raccontato El Pibe. Ma un diavolo fa più paura dei leoni. E l’Apache ha giocato almeno un tempo da calciatore universale, meraviglioso playmaker e strafottente puntero. Giorni fa s’era fatta largo l’ipotesi che il Manchester City fosse disposto a privarsi dell’Apache: lo chiedevano l’Inter e il Real Madrid. Ieri un amico ha scritto a Mancini: «Sei matto a mollare uno come Tevez?». E lui: «Non sono matto».
El Pipita ha fatto show sfruttando la bravura degli altri: i passaggi di Messi (tiro-parata, tiro-palo e Higuain si trova palla sul piede), le mischie d’area (Burdisso scodella indietro una palla per il testolone del solitario cavalier Gonzalo). Infine la bellezza del calcio sciorinata da una prova d’orchestra fra Messi, Aguero e la testata finale del Pipita. La Corea del Sud ha dato una mano con un autogol, De Michelis ha ricambiato con uno straordinario svarione difensivo (e Messi ha dato la colpa alle vuvuzela: «Micio non ha sentito i nostri avvertimenti»), Yeom Ki Hun s’è mangiato un gol da metter paura. La difesa gaucha mette paura quanto gli attaccanti, ma in senso opposto. Ieri s’è persa subito il suo “muro”, al secolo Walter Samuel, e s’è visto l’effetto che fa. «Ho chiesto al Muro: cosa ti sei fatto? Risposta: o nervo sciatico o piccolo stiramento, ma io voglio giocare. Visto che tempra? Così mi piace». Il racconto di Maradona è affettuoso, come l’abbraccio che ha rifilato al suo “Muro”. Ormai l’Argentina è quasi approdata agli ottavi, le servirà solo un pari. Basterà affidarsi ai Maraboys, ma poi ci vorrà un Muro: Argentina come l’Inter? Certo, Samuel fa sempre la differenza.
Ieri Higuain ha inseguito il passato andando ad affiancarsi a Guillermo Stabile (1930) e Gabriel Batistuta (1994 e 1998): unici gauchos a segnare una tripletta ai mondiali. Maradona ha rivisitato il presente scusandosi con Platini: fuori un foglietto, due parole («Noblesse oblige») eppoi l’atto di umiltà. «Mi ha scritto di non aver detto certe parole su di me. Allora chiedo scusa a lui. Non a Pelè».
E che la perla nera torni al museo (Diego dixit), mentre il Pibe torna a sognare. Ieri, con un colpo di tacco a bordo campo, ha fatto divertire ancora. Commissario tecnico oggi e domani. Ma giocatore sempre.

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