Nei giorni del compleanno di Franco Zeffirelli, nato a Firenze il 12 febbraio 1923, la sua città e la sua Fondazione, con lo straordinario museo tutto da visitare a lui dedicato, hanno ospitato la prima edizione del Premio Franco Zerelli. Nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, alla presenza della sindaca Sara Funaro e del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani sono stati consegnati questo nuovi riconoscimenti che, come dice il figlio Pippo Zeffirelli, presidente della Fondazione Zeffirelli, "intendono onorare e proseguire l'eredità artistica del maestro il cui nome è internazionalmente riconosciuto come sinonimo di eccellenza, raffinatezza estetica e maestria tecnica in ambito teatrale, cinematografico e operistico". Ecco dunque i premi speciali a Placido Domingo e Robert Powell, quello per la regia a Marco Bellocchio, per la scenografia a Sarah Greenwood e Katie Spencer (sette candidature agli Oscar) e per i costumi a Ann Roth (due Oscar per Il paziente inglese e Ma Rainey's Black Bottom). Tra tutti loro però il più vicino a Franco Zeffirelli, scomparso nel giugno 2019, è stato certamente Robert Powell che, esattamente nell'aprile di 50 anni fa, concludeva le riprese di una delle opere più viste al mondo, lo sceneggiato così li chiamavamo! Gesù di Nazareth con un miliardo e mezzo di spettatori. L'attore inglese, oggi ottantunenne, ha interpretato il Cristo (a doppiarlo Pino Colizzi, morto l'altro giorno) contribuendo a dargli una fisionomia entrata nell'immaginario collettivo perché, come ricorda, "dopo il film ho ricevuto migliaia di lettere in cui chi mi scriveva mi ringraziava perché, dicevano, lo immaginiamo proprio così Gesù".
E lei come se lo immaginava?
"È stata l'interpretazione più difficile della mia carriera per la complessità del personaggio. Nei primi giorni con Zeffirelli ci siamo chiesti che tipo di caratterizzazione dare a questo uomo. Ci siamo però resi conto che qualsiasi sforzo per interpretarlo sarebbe stato inutile".
Come avete fatto?
"Insieme abbiamo deciso di non dargli alcuna caratterizzazione. Io nel mio lavoro ho sempre usato la mia parte triste, quella introspettiva e quella comica. Qui invece non c'era nulla di me perché è stato come una tela vuota: il pubblico l'avrebbe dipinta".
Ma come è stato solo pensare a un ruolo così a 31 anni?
"Infatti non lo immaginavo perché non lo volevo proprio fare. Era un ruolo impossibile per la sua complessità e dunque ero davvero perplesso. Pensavo che avrei potuto solo cavarmela e quindi non era proprio una grande motivazione. Invece abbiamo lavorato molto bene insieme e non era una cosa così scontata".
Che rapporti ha avuto con lui?
"Siamo diventati grandi amici, è stato il padrino di battesimo dei miei figli a cui oggi Franco manca molto. Sono dunque orgoglioso di questo premio perché in sessant'anni di carriera ne ho ricevuti altri ma questo che porta il suo nome, oltre a essere speciale, è il più importante di tutti. Oltretutto è un premio molto pesante, quando tornerò in Inghilterra credo che faticherò a portarlo".
Interpretare Gesù l'ha cambiata?
"Non credo, più che altro l'ho preso solo come un lavoro ma mi ha fatto capire di più sulla recitazione perché ho cercato di fare qualcosa senza recitare".
In Italia è tornato nel 1987 per interpretare il Vate in D'Annunzio di Sergio Nasca.
"Ho recitato accanto a Stefania Sandrelli, è stata molto divertente e adorabile".
E il suo D'Annunzio com'era?
"Un personaggio molto complesso, ricordo di aver dovuto cambiare i miei capelli e il mio viso, aggiungendo la barba. Ma la cosa più difficile è stata la preparazione perché D'Annunzio è poco conosciuto in Inghilterra e anche solo trovare i suoi testi in inglese non è stato semplice".
Ha portato un dono al Museo Zeffirelli.
"In realtà sono tre: i calzari che ho indossato sul set, i chiodi della crocifissione e la frusta. Ma dei calzari me ne volevo liberare (ride, ndr) perché sono la cosa più scomoda che mi sia capitata nella vita. Infatti non so nemmeno perché li abbia portati a casa come souvenir.
Pensate che fatica e che dolore camminare sulle pietre sul set in Tunisia con quelle scarpe. Ma ora so che un pezzetto di me rimarrà in questo museo a Firenze e ne sono molto felice perché l'Italia è la mia seconda patria".