Zelda Fitzgerald, l’ultimo valzer prima della follia

Torna in libreria l’unico romanzo della moglie di Scott: fu subito rivalità. Il marito non sopportava che anche lei si dedicasse alla letteratura. Non sapremo mai come fosse la prima redazione del suo libro

Zelda Fitzgerald, l’ultimo valzer prima della follia

Agli occhi del marito, lei era «come l’oro senza il metallo, la primavera senza l’inverno, la giovinezza senza la vecchiaia, uno di quei miraggi esasperanti da ricchi sfrenati che la rende un tipico prodotto della nostra generazione». Incapace di distinguere «fra lavoro e semplice sudore», era una che «s’inerpica a intervalli su una folle arroganza e se ne va in giro per i boschi, abbattendo a colpi d’accetta ogni cosa che abbia la parvenza di un albero». La sua idea e il suo fine dominanti erano «la libertà senza la responsabilità», ovvero un talento capriccioso, ma incapace di mettere le radici. «Una volta che ha quasi ricavata una radura, questa le sembra troppo, come le altre radure vedute in vita sua, così che la colma d’ogni specie di rifiuti e di rottami e se ne vergogna al punto di non osare nemmeno di parlarne poi». Velleitaria, dunque, inconcludente, sterile nel profondo... Eppure, ecco che ora lei in poco più di un mese aveva scritto il suo primo romanzo e, naturalmente, a «colpi d’accetta» e forte di quella sua «folle arroganza» lo aveva fatto entrando nel terreno di lui, abbattendo i suoi alberi, senza preoccuparsi se sarebbero ricresciuti, usando la sua acqua, senza badare se ce n’era abbastanza nella cisterna, mettendogli in disordine i ricordi, peggio, vendendoglieli senza nemmeno interpellarlo, lui che di tutto ciò che era suo aveva un disperato bisogno, lui che erano nove lunghi anni che cercava di scrivere un romanzo... No, non glielo avrebbe permesso. Di scrittori, in famiglia, ce n’era soltanto uno e rispondeva al suo nome: il nome di Francis Scott Fitzgerald, e non quello di sua moglie Zelda. «Tutto ciò che abbiamo fatto insieme è stata opera mia. Sono io lo scrittore professionista, e penso io a te. Questo materiale è tutto mio, a te non apparitene nulla... Che tu scriva o no, non ha comunque molta importanza». Lei ne prese atto: «Lo so, niente di ciò che faccio sembra avere molta importanza». Aveva trent’anni, stava in una casa di cura, non avrebbe più scritto, non ne sarebbe più uscita.

Che cosa fosse, nella sua prima stesura, Lasciami l’ultimo valzer, quell’unico romanzo di Zelda Fitzgerald, che ora Bollati-Boringhieri propone al pubblico italiano in una nuova traduzione di Flavia Abbinante (259 pagine, 19 euro), non lo sapremo mai. Il manoscritto originale è andato perduto e l’unica cosa certa che emerge dalle lettere fra Maxwell Perkins, l’editore, e Francis Scott Fitzgerald, di fatto auto-nominatosi editor della moglie, è che ci furono tagli, riscritture, eliminazione di personaggi. Il risultato è per molti versi paradossale, perché per quanto quest’ultimo si sforzasse di non fare entrare la scrittura della moglie in un campo d’azione che riteneva sua privata proprietà - la New York degli Anni Venti, la Parigi e la Riviera francese che ne prende il posto, i giovani «belli e dannati», il talento corrotto dalla ricchezza, la «generazione perduta» sconfitta nella sua cieca corsa verso la felicità - era altrettanto vero che di quel mondo, reale e immaginario, era stata proprio Zelda la regina: era stato per conquistare lei che lui era divenuto scrittore, ogni eroina femminile aveva i suoi tratti, ogni follia, stravaganza, anticonformismo portava il suo sigillo. Così, Lasciami l’ultimo valzer resta, a dispetto di tutto, un tipico romanzo alla Fitzgerald, e Scott alla fine si deve essere reso conto che amputare Zelda era amputare se stesso: erano i due lati della stessa medaglia.

In copertina, Lasciami l’ultimo valzer presenta una foto dell’autrice mentre si prepara a una prova di danza, una bambolina di trent’anni che non vuole arrendersi al tempo che passa. Tutto nella sua vita era stato così, l’idea «di afferrare quel che desiderava ogni qualvolta ne avesse avuto la possibilità». Prima che la schizofrenia s’impadronisse definitivamente di lei, Zelda era stata per brevi, intense fiammate, l’adoratrice di qualcosa, avendo smesso di essere l’adoratrice, a propria volta adorata, del marito. A metà degli Anni Venti, quella che era stata sino ad allora la giovane coppia regina delle scene e delle lettere, è già in crisi. «Quel settembre 1924, seppi che era successo qualcosa che non si sarebbe potuto mai riparare» scrive Scott nei suoi Taccuini. Ma se l’infedeltà di Zelda, in Riviera, incrina ai suoi occhi l’immagine di lei, la dipendenza dall’alcol, l’impasse creativo, l’avvento di nuovi romanzieri, configurano a ridimensionare la sua a petto della moglie: lo pensava divino, lo voleva divino e invece è umano, troppo umano.

Così, da sacerdotessa del culto di Scott, Zelda diviene la rivale di quel culto: anche lei è intelligente, anche lei ha talento, non ci sta a «sedere sul sedile posteriore della vita». Si dà alla pittura, espone anche, ma è insofferente, ha fretta, ha bisogno di una disciplina che da sola non può darsi. Così passa alla danza e naturalmente mira in alto: «Una Pavlova... oppure niente!». Sarà il niente e la catastrofe psichica: sovra-affaticamento, esaurimento, crollo nervoso.

È probabile che tutta la parte di Lasciami l’ultimo valzer, dove la danza è in primo piano e Alabama, la protagonista alter ego dell’autrice, lotta fino allo sfinimento per diventare un’étoile, sia rimasta com’era nell’originale. Nella casa di cura dove la scrisse, Zelda volle dare alla sua creatura di carta quella realizzazione che a lei era mancata, esibirsi, avere successo, nonostante l’età, nonostante nessuno lo credesse possibile... Ma lucidamente gliela concesse per una sola volta: un’infezione e un successivo intervento chirurgico sanciranno l’impossibilità di danzare ancora. «Era tutto ciò che in quel momento possedessi al mondo», ma sa che deve rinunciarvi. «Adesso siamo di nuovo insieme. Abbiamo l’un l’altra cara» le dice il marito dopo l’operazione. «Sì, o quel che ne rimane - disse Alabama tra i singhiozzi».

«Quel che ne rimane» sono i frantumi di una storia d’amore tragica e disperata, tra due che non potevano più stare insieme, ma non riuscivano a stare separati. «Perché abbiamo praticamente gettato via gli anni migliori della nostra vita? Perché così alla fine non ci rimarrà più tempo da sprecare» dice Alabama-Zelda. Quanto a Scott, dopo aver arginato e insieme castrato l’altro aspirante scrittore di casa, riuscirà ancora nel miracolo di Tenera è la notte, il suo canto del cigno come romanziere e insieme l’epitaffio struggente e amaro di una vita in comune. «Chi ha detto che è sbalorditivo come i dolori più profondi possano mutarsi nel tempo in una specie di gioia? Certo, la coppa d’oro è spezzata, ma era d’oro».