Aldo Buzzi, è morto a 99 anni il più giovane dei nostri autori

Siamo qui a cercar di spiegare ai lettori più distratti chi fosse l’Aldo Buzzi che è deceduto ieri mattina a Milano a quasi cento anni: li avrebbe compiuti il prossimo 10 agosto. Lui invece riderà dei qui pro quo sul suo cognome. No, non è il più famoso Aldo Busi: si scrive con doppia zeta. «Gli americani scriverebbero Bootsie», scherzava. Gli antenati più lontani, invece, avevano ornato la grafia di una dieresi e firmavano Büzz. «Ma non escludo di discendere da Butz, il barboncino che accompagnava Schopenhauer nella sua passeggiata quotidiana...».
Lo ricordiamo così, il vecchio architetto vocato tardivamente alla letteratura e perciò, per il resto dei suoi giorni, vissuto come un autore in formazione: «uno che continua a leggere imparando», diceva umilmente di sé. Roberto Barbolini lo aveva definito «l’unico vero giovane autore della narrativa italiana». Un poeta umorista, lieve e intransigente, severo e sorridente. Dagli anni dell’università viveva alla periferia di Milano, vicino al Politecnico. Adesso, lasciata l’estrema volontà di cremare la sua salma e seppellire le sue ceneri al cimitero di Lambrate, si è certamente incamminato con una segreta soddisfazione per l’ultima trasferta di cui da un pezzo aveva stabilito la meta. Sognava di avviarsi per «un lungomare senza traffico, dove passeggiano gli amici di un tempo. Dove miagola la micia che avevo negli anni della guerra e negli ultimi anni era sparita (qualcuno l’aveva mangiata, uno dei tanti delitti impuniti dell’epoca)». E dove, poco lontano, era apparecchiata la tavola: «La mamma porta in tavola i Klöse, i grossi gnocchi che si rompono con la forchetta e ci si versa sopra la salsa di burro bruciato e latte...».
Era così che immaginava il paradiso negli Stecchini da denti (Ponte alle Grazie). Ed è così che ci piace immaginarlo nel quadretto del suo ultimo ritratto. C’è tutto il suo mondo, in quella scena. Gli amici. Primo fra tutti Saul Steinberg, il compagno di studi ad architettura, l’ebreo romeno emigrato in Usa, divenuto il celeberrimo illustratore del New Yorker e il corrispondente epistolare di una vita: le Lettere a Aldo Buzzi (Adelphi), inventario di ricordi e di letture, sono intima testimonianza di un’amicizia e straordinario documento di poesia. Emilio Cecchi: da cui negli anni romani, a Cinecittà, aveva imparato a cucire insieme i brani di un testo e soprattutto a tagliarli: «Una pagina piena di cancellature era bella come un’acquaforte di Morandi». E poi Fellini, cui aveva insegnato a portare calzini neri e lunghi. Lattuada, di cui fu assistente (accanto a lui scrisse Il taccuino dell’aiuto regista) e cognato: legato more uxorio alla sorella Bianca. Mastronardi, di cui, tornato a Milano, in veste di editor pubblicò i romanzi da Rizzoli.
C’è la gatta, «che cantava e danzava di piacere davanti al forno dove sfrigolavano le capesante». E gli gnocchi: «pedante chi dice gli!» puntualizzava lui che, viaggiando tra Giacarta e Gorgonzola, raccoglieva perle di poesia spiando note di «scrittori di cartoline», origliando battute di viaggiatori da treno.

O ricopiando dalle tovaglie di carta delle bettole di periferia gli strafalcioni che, corredati di ricetta, sono elencati nell’indice del piccolo capolavoro comico lirico gastronomico che è l’adelphiano L’uovo alla kok.

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