Alemanno archivia la stagione di Fini «Il futuro? Ci sono io»

RomaEppure dovrebbe saperlo che utilizzare il Campidoglio a mo’ di trampolino per tuffarsi a palazzo Chigi porta male. Prima di lui sia Veltroni sia Rutelli hanno fatto splash: un buco nell’acqua. Tuttavia, forse perché Roma s’è destra da un pezzo, il sindaco dell’Urbe rompe gli indugi e si candida. Il dopo Berlusconi? «Io», dice al Foglio Gianni Alemanno, in una lenzuolata in cui parla di tutto: dal Pdl al federalismo, dalla manovra a Fini.
Da re di Roma a imperatore d’Italia: ecco il sogno di Gianni visto che «il Pdl può esistere senza Fini e dovrà esistere anche senza Berlusconi». Un messaggio ai cofondatori nel momento strategico in cui il primo, Gianfranco, sembra scaldare maggiormente i cuori dei sinistrorsi mentre il secondo, Silvio, pare provato dagli estenuanti braccio di ferro interni. E lui, Alemanno, che quando tra il Cavaliere e il presidente della Camera volavano gli stracci tesseva la tela per scongiurare la rottura, ora sembra passare all’incasso. Della serie: tra i due litiganti il terzo, cioè io, gode. Parla di squadra, Alemanno, di «un gruppo di dieci o venti dirigenti che governeranno» il dopo Berlusconi ma lui si vede bomber, allenatore, leader. Fini? Fuori gioco. Il colonnello Alemanno ha già mollato da un pezzo il suo ex generale e quando poi quest’ultimo s’è messo in testa di fare l’anti-Cav di professione, Gianni gli ha voltato le spalle, giurando fedeltà ad Arcore. E lo dice il perché: «Ho scelto di stare dalla parte di Berlusconi. Mi sento berlusconiano nella cultura del fare. Non mi sento finiano per troppe rotture progressiste fatte da Fini in questi anni: penso all’immigrazione, alla bioetica, a tutti quei temi che fanno emergere una pulsione politica più giscardiana che gollista». Ma Alemanno non è e non può essere la copia giovane di Berlusconi. Ha la politica nel sangue e «non mi sento berlusconiano per certe concessioni alla cultura consumistica». Con Silvio, per Silvio ma anche oltre a Silvio. Una sfida che deve iniziare subito attraverso il redde rationem tra i due cofondatori, nell’ambito di «un congresso entro i primi sei mesi del 2011 e non dopo». Alemanno ha in mano Roma, potrebbe fare il pieno di tessere e poi...
I pretendenti alla successione berlusconiana però non mancano e Gianni lo sa. Tremonti, per esempio. Solo che il ministro dell’Economia piace più ai poteri forti, ai salotti, agli economisti mentre lui piace da morire anche ai poteri deboli, alla piazza, ai dipendenti pubblici, al popolino. L’ideale sarebbe un’investitura dal basso: «Bisogna vincere le paure e avere il coraggio di convocare le primarie. Per le elezioni dei governatori. Per le elezioni dei sindaci. Per i collegi uninominali. Magari un giorno - butta là - anche per la presidenza del Consiglio». In un comizio è senz’altro più trascinante un Alemanno, che ha imparato ad arringare la folla ai tempi del Fronte della gioventù, che non un Tremonti abituato alle lectio ad Oxford. Ma l’economista di Sondrio, più che una minaccia, potrebbe essere un prezioso alleato, un valore aggiunto. Anche perché la cosiddetta economia sociale di mercato è sempre piaciuta un sacco ad Alemanno. «È vero - ammette il sindaco - sono molto affascinato dal tremontismo e nei suoi libri mi ci ritrovo al cento per cento».
Passi che Tremonti sia coccolato dai leghisti. Per Alemanno il Carroccio, a differenza di Fini, non è mica un mostro da abbattere, anzi. «Maroni e Calderoli sono molto bravi e preparati ed è urgente completare il federalismo sia fiscale sia istituzionale». Dal nero al verde-Padania? «No, non sono diventato leghista ma il concetto della parola federalismo viene dalla parola latina foedus, unire». Non solo: «Se si vuole davvero abbassare le tasse credo che il federalismo ci aiuterà a realizzare questo sogno». Poi, da politico con le radici nella Prima Repubblica, Alemanno non può non citare Casini, uomo che «ha un Dna troppo simile al nostro per vivere lontano da noi». Aperture al centro e anche all’alto visto che, sua pallino: «A Roma si devono iniziare a costruire grattacieli». Un’ipotesi stroncata da molti, da Sgarbi a Stracquadanio, da Buontempo a una selva di architetti: «Edifici più alti del Cupolone? No, mai». Ma Alemanno continua a puntare in alto.

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