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Alta velocità? Bene, ma sistemiamo anche le tratte interne

Caro Granzotto, i recenti gravi disordini causati in Val di Susa dai pochissimi «No Tav» contrari alla costruzione della linea ad alta velocità tra Lione e Torino non devono intimorire il governo il quale ha il dovere di portare a termine una struttura di grande interesse nazionale ed europeo. Non è possibile che quattro gatti scatenati blocchino i lavori e frenino il progresso. Lo Stato deve farsi sentire, non subire.
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In linea di principio, come s’usa dire, lei ha perfettamente ragione, caro Felicetti. Però non concordo con lei nel merito. Forse a causa del troppo lungo braccio di ferro, la realizzazione di quei pochi chilometri di ferrovia in Val di Susa ha perduto ogni sua giustificazione pratica e sta rapidamente diventando un punto d’onore patriottico. Sarà un caso, ma proprio ieri leggevo sul Foglio un editoriale pro Tav dove veniva tirato in ballo nientemeno che un Padre della Patria: Camillo Benso, conte di Cavour il quale, guardandoci da lassù, ci ammonisce ricordando che con mirabile lungimiranza già nel 1846 egli aveva sollecitato una rete ferroviaria che passando per la Val di Susa collegasse la Francia con l’Italia. Embè? Forse che l’anelito cavouriano è stato disatteso? Manca forse una strada ferrata che colleghi la Francia con l’Italia passando per Torino e arrivando fino a Trieste? È dal 1872 che quel collegamento ferroviario assolve al compito di trasportare uomini e merci di qua e di là dalle Alpi e dunque da quel punto di vista l’onore nazionale è salvo. Quello che oggi si invoca è altra cosa, è l’alta velocità (che talvolta e per compiacere l’ambientalismo da salotto, molto slow e quindi ostile alla sveltezza, è detta impropriamente «alta capacità»). Si invocano convogli ultraveloci destinati al trasporto passeggeri (e non di merci perché non c’è treno carico di containers, di auto, di manufatti o addirittura di Tir che possa sfrecciare a trecento chilometri l’ora). E da estimatore del viaggiar per ferrovia, unico mezzo di trasporto che s’addice alle persone ammodo, mi unisco anch’io all’invocazione. Ho già sperimentato il «Frecciarossa» Milano-Roma: niente, ma niente male. Quando poi entrerà in servizio l’«Italo» della Ntv, Nuovo Trasporto Viaggiatori, sarà la pacchia. Però ogni cosa a suo tempo.
Arrivando buoni ultimi nel dominio dell’alta velocità (pur avendola inventata: la prima linea europea ad alta velocità era la «Direttissima» Roma-Firenze del 1978. Viaggiava sui 200 chilometri l’ora e ciò grazie alla tecnologia detta tiltante - dall’inglese to tilt, inclinarsi - del «Pendolino». Un gioiello di tecnologia Fiat che colpevolmente dismettemmo nel 1982) dovremmo far tesoro dell’esperienza altrui e non andare, invece, alla carlona. Prendiamo la Francia, che quando la mollammo si pose all’avanguardia dell’alta velocità. Che cosa fece? Per prima cosa completò - e assai bene - la rete nazionale. Poi, ma solo poi, passò ai collegamenti internazionali, limitati alle città con le quali c’era già forte scambio di passeggeri (passeggeri, non merci. Perché l’alta velocità, mi ripeto, è concepita per quel genere di trasporto). Questo io dico, caro Felicetti: che cosa ci impedisce di seguirne l’esempio? Per cominciare facciamocela in casa, l’alta velocità, terminiamo dapprima l’asse Torino-Trieste e quello Milano-Taranto. Dopo, va bene tutto, anche bucar montagne e strapazzar rododendri per poter raggiungere a tutta birra Lione.

Le sembra irragionevole? Le sembra che abbia un senso non dico piazzar rotaie, ma litigare con i «no Tav» della Val di Susa quando ancora da Napoli in giù i treni procedono su binario unico, come ai tempi del buon Re Ferdinando?

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