Una settimana fa Philip Due Schmidt si sentiva olimpico. Oggi è solo un numero cancellato da una tabella, sconfitto dall'overbooking olimpico. Il pattinatore danese aveva fatto tutto ciò che lo sport chiede: risultati, tempi, sacrifici. Top 24 nella mass start, 5.000 metri sotto il limite. Qualificato. Eppure escluso. Colpa di un tetto massimo di 164 atleti e di un regolamento che, invece di premiare il merito, protegge i più forti politicamente. La sua storia pesa ancora di più se si guarda indietro: nel 2023 un attacco epilettico di 19 minuti, due giorni di coma, la riabilitazione, il ritorno al livello mondiale. Una rincorsa alla vita prima ancora che allo sport. Tutto inutile davanti a una scappatoia regolamentare che consente ad alcune nazioni di spostare posti, portando ai Giochi atleti che non si sono qualificati, a scapito di chi sì. Schmidt parla di impotenza e ingiustizia.
La federazione danese resta incredula. Sui social rimbalza l'hashtag #FreePhilip e una parola che fa male: politica. Non è un caso isolato. Anche l'americana Katie Uhlaender denuncia meccanismi opachi nello skeleton ed è pronta a rivolgersi al TAS.
Segnali di un sistema che scricchiola. A una settimana dall'inizio dei Giochi, Philip guarderà il ghiaccio dal divano. La sua vicenda è un monito: anche il talento e la determinazione, a volte, possono scontrarsi con una burocrazia spietata.