Un altro terrorista fra Londra e Roma: caccia all’«ombra»

È considerato il «raccordo» fra la cellula inglese e i complici nel nostro Paese. La sua rete ricostruita dagli 007 attraverso satelliti-spia e frasi in codice

Claudia Passa

da Roma

Non c’è solo Hamdi Adus Issac. Ci sarebbe un altro presunto terrorista che avrebbe collegamenti con il nostro Paese. Uno, si sa, è il giovane etiope naturalizzato britannico rinchiuso a Regina Coeli con l’accusa di terrorismo internazionale. L’altro è un uomo-ombra, sospettato di essere uno dei «grandi pensatori» della tentata carneficina nella City, sul quale si stanno concentrando le attenzioni dei servizi segreti italiani e inglesi. Stando proprio ad alcune indicazioni dell’«Mi5» e del «Sismi», girati a Scotland Yard e infine alla polizia italiana, dell’«uomo-ombra» si sa che sarebbe stato continuamente in contatto con il commando del 21 luglio; si sa che risiederebbe in Gran Bretagna, da dove avrebbe tirato le fila dell’operazione andata in fumo; si sa che avrebbe giocato di sponda per mandare in buca i kamikaze somali e etiopi, attraverso una fitta rete di contatti che porterebbe dritta nel nostro Paese.
Per vederci chiaro in questo complesso intreccio che da Londra rimbalza a Brescia e infine a Roma, occorre raccontare una storia poco pubblicizzata, fatta di cellule (integraliste) e di celle (telefoniche), di satelliti-spia e di schede Wind, di contatti telematici rintracciati con un lavoro di squadra da 007 britannici, americani e italiani grazie al provvidenziale utilizzo di satelliti-spia sotto «ombrello Nato». Il materiale raccolto, con l’individuazione dei fuggiaschi, sarebbe stato girato a Scotland Yard e da qui servito alla Polizia italiana, che seguendo il viaggio di un numero Wind è arrivata a bussare alla porta della casa in cui aveva trovato rifugio Hamdi, l’attentatore della stazione di Sheperd Bush.
Ed è proprio al nome di Hussain, alias Hamdi (da subito indicato dagli inglesi come cittadino di origini etiopi e non somale, come invece in Italia si era inizialmente detto) ed all’ormai famoso telefono cellulare, che gli 007 dell’Mi5 britannico fanno riferimento nello scambio informativo col Sismi e con Scotlad Yard culminato con la comunicazione dei risultati a Ucigos e Digos, che hanno avuto gioco facile a localizzare il fuggitivo catturato con una spettacolare irruzione dei Nocs.
Ecco, dunque, come è nata veramente l’operazione che ha portato agli arresti e alle perquisizioni nel nostro Paese. Dall’incartamento dell’intelligence britannica si capisce che il viaggio delle varie «celle» toccate dall’utenza telefonica galeotta, intestata non ad Hamdi ma a suo cognato (il cui padre vivrebbe in Italia) e da subito ricondotta dagli inglesi al terrorista, è stato monitorato dall’MI5 in raccordo col Sismi fin dalla partenza dalla Waterloo Station in Gran Bretagna, passando poi per la Francia e attraverso Bologna giù giù fino alla capitale. A quel punto la palla è stata girata agli investigatori italiani, che lavorando coi tecnici Wind e seguendo gli spostamenti dell’apparecchio (quindi del terrorista), hanno pianificato il blitz al quartiere Torpignattara di Roma.
Durante il monitoraggio via satellite, gli agenti segreti inglesi e italiani si sarebbero accorti che lo stesso telefono aveva contattato un’utenza saudita, riconducibile ad una donna che al chiamante aveva fornito il recapito italiano di un certo Ramzi «contattabile all’utenza telefonica 33 (...)». Ramzi altri non sarebbe che il fratello di Hamdi, arrestato pure lui nei giorni scorsi, molto probabilmente in contatto telefonico - così lo segnala l’intelligence di Londra al Sismi - con «l’uomo-ombra» sospettato di essere il regista della mancata strage del 21 luglio. Per non destare sospetti «l’ombra» londinese sarebbe stata attentissima a utilizzare il telefono. Avrebbe digitato pochi numeri, utilizzando sempre l’apparecchio della compagna: tre di questi portano a due utenze mobili italiane e a un «fisso». Un cellulare sarebbe quello di tale Ramzi, il cui numero compare nella conversazione fra la misteriosa donna saudita e l’apparecchio utilizzato nella fuga dal terrorista arrestato al quartiere romano di Torpignattara.
L’intenso traffico telefonico viene localizzato all’estero solo ricorrendo a tecniche sofisticatissime non previste in Italia. Siamo al 24 luglio (l’arresto alla periferia di Roma è del 29). Dal telefono della donna, «l’ombra» contatta freneticamente l’Italia. Prima due cellulari. Poi contatta un numero fisso, intestato ad un call center la cui gestione, infatti, viene inizialmente attribuita proprio allo stesso Ramzi, fratello di Hamdi, e - scrivevano l’Mi5 e il Sismi - fratello anche di quel Fethi Issac di Brescia che ieri è finito in manette. Una traccia importante, indipendentemente dalla persona fisica o giuridica titolare del locale. Lo stesso centro telefonico, infatti, secondo le ricostruzioni satellitari dell’MI5 e del Sismi, era stato contattato da Hamdi Issac, alias Osman Hussain, nei giorni precedenti al fallito attentato. È anche per questo che sono già in tre i fratelli ad essere finiti in manette, ed è per la stessa ragione che grazie al lavoro degli 007 inglesi e italiani, la Digos romana è andata a botta sicura.