da Cannes
Profuma di autoanalisi o, se si vuole, di psicoanalisi l'amaro Natale di Pedro Almodóvar, ovvero Amarga navidad, l'ultimo coloratissimo lavoro del regista spagnolo che ieri a Cannes ha presentato la sua opera, tra le favorite per la Palma d'oro, in uscita già domani nei cinema italiani. È un film a scatola cinese, cioè formato matrioska. Insomma un film nel film con numerosi intrecci e accavallamenti, quindi attenzione. Elsa gira spot pubblicitari ma, dopo la morte della madre, per esorcizzare il lutto, si rifugia a Lanzarote con un'amica ma senza fidanzato. Elsa però in realtà è l'alter ego di Raùl Duràn, regista cinematografico che vive il blocco dello scrittore e sta tentando di superarlo con Autofiction, film di cui è protagonista appunto Elsa.
A sua volta Raùl è l'alter ego di Almodóvar che racconta e si racconta senza fare mistero della sovrapposizione fra se stesso e il suo "clone", in crisi non solo artisticamente ma nel suo rapporto con il fidanzato Santi e l'assistente Monica, cui vengono sottratte le intime confessioni. Un film che si inserisce in un filone consumato, partito dal lontano Otto e mezzo felliniano e poi continuato con il recente Dolor y gloria, presentato a Cannes nel 2019 da Almodòvar. Amarga navidad è costruito su una palette di colori espressiva con il giallo a indicare aridità e capacità di autosufficienza, sposato al blu della polo di Raùl, freddo e asettico, e al senape di Monica al momento della resa dei conti con il regista "traditore".
Un mestiere, quest'ultimo, che curiosamente domina anche un altro film spagnolo sulla Croisette, El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, applaudito sulla Croisette in cui Javier Bardem gira un film con la figlia, abbandonata da bambina dopo il divorzio dalla moglie.
Un misto di rapporti che ricorda Sentimental value, incrocio di padre e figlia sulle scene e il ricco filone di registi in astinenza creativa ma senza il carattere autobiografico di Almodóvar. Un cinema spagnolo che sembra perdere la sua meravigliosa e inimitabile componente surreale, per camminare sui sentieri di un cinema europeo a tinte sempre meno forti.