Un amore gay troppo patinato per la prima di Tom Ford regista

nostro inviato a Venezia

Tom Ford è uno di quelli che trasformano in oro ogni cosa che toccano. Non ha nemmeno cinquant’anni, è uno dei grandi guru della moda, ha rilanciato Saint Laurent e Gucci, ha un marchio che porta il suo nome, è sinonimo di lusso, di eleganza e di buone letture (ha studiato storia dell’arte e architettura all’università).
Per il suo esordio dietro la macchina da presa ha voluto portare sullo schermo un romanzo di Christopher Isherwood, che con Spender e Auden è uno dei tre leoni della lettura anglo-americana del Novecento, si è scelto per protagonisti Colin Firth, Julianne Moore e Matthew Goode, la crema del cinema colto anglosassone, ha voluto per le musiche Shigeru Umebeyashi, il compositore cult di Wong Kar way, regista cult per eccellenza, ha fondato una propria casa di produzione, è stato subito selezionato per Venezia...
Il risultato è questo A Single Man, molto patinato eppure molto intenso, quasi maniacale nell’attenzione ai dettagli e nella ricostruzione precisa di un’epoca, i primi anni Sessanta, e però pervaso da una sottile tensione che lo solleva dalla pura e semplice calligrafia.
«La vita senza rischi diventa noiosa e io avevo voglia di fare qualcosa di diverso rispetto alla moda» dice Ford. «E poi il cinema è per me il massimo della creazione: dai corpo a dei personaggi che non esistono, li rendi reali e li fai vivere per sempre. È l’espressione pura, laddove la moda ha un elemento commerciale dal quale non si può prescindere ed è volatile, frivola, destinata a cogliere l’attimo e poi passare oltre».
A Single Man è una storia d’amore omosessuale, ma Ford, che non ha mai fatto mistero della propria omosessualità, mette subito le mani avanti rispetto a chi già vede nel film un’icona gay e il manifesto delle rivendicazioni di una categoria.
«Naturalmente non è un film militante e George, il protagonista, è casualmente innamorato di un uomo, ma potrebbe esserlo tranquillamente di una donna. È un film sull’amore e sul senso di isolamento che ti invade quando la persona amata muore e tu rimani solo e con soltanto i ricordi. Ma è anche un invito a comprendere la bellezza della vita. Se si vuole, è un’epifania della vita stessa, la rivelazione di quanto in essa ci sia di bello perché valga la pena di stare al mondo».
A Single Man è anche, in qualche modo, autobiografico, e non solo o non tanto per un gioco di rimandi stilistici. «Certo, c’è molto di me nel personaggio del protagonista. Come lui sono arrivato all’età di mezzo, ho avuto successo, una vita professionale e sentimentale piena. E però ho avuto anch’io i miei lutti, la sensazione di essermi come perso per strada. Ho finito con il dare molte cose per scontate, ho dato troppo peso agli aspetti materiali dell'esistenza, trascurandone quelli spirituali».
Dall’inizio alla fine il film ha Colin Firth in scena, una performance notevole che fa già parlare di Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. «Conoscevo il romanzo di Isherwood - dice Firth -, ma Tom Ford ha scritto una sceneggiatura che, pur fedele al tema, se ne distacca, creando qualcosa di diverso. Sono sempre stato affascinato da attori come Spencer Tracy o come Paul Scoofield, che vidi da ragazzino in Un uomo per tutte le stagioni e che letteralmente mi stregò. Questa capacità di essere perfettamente veri recitando... Una lezione straordinaria e che cerco sempre di fare mia. Di George mi affascinava questo suo vivere nel passato senza più riuscire a immaginarsi un futuro. La scomparsa improvvisa della persona amata, dopo tanti anni di vita in comune, lo getta nella depressione più nera e decide di uccidersi. Così, il suo ultimo giorno lo porta a guardarsi intorno con occhi nuovi e solo allora, di nuovo, si rende conto della bellezza del mondo».
In A Single Man, Julianne Moore è la più vecchia e cara amica del protagonista e fra i due c’è stato, molti anni prima, un legame anche sentimentale. «La più grande sfida del film in fondo è stata questa - scherza Firth -: trattenermi dal baciarla».

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