Anche la Bulgari venduta all'estero Ma perché l'Italia perde i suoi gioielli?

Dopo Gucci e Valentino anche Bulgari venduta agli stranieri. Perché non si sono mai trasformati in colossi? L'Italia continua a perdere i suoi gioielli

Anche la Bulgari venduta all'estero Ma perché l'Italia perde i suoi gioielli?

Milano - Aziende storiche italiane vendute all'estero. Potenti e danarose multinazionali europee e statunitensi vengono nel Bel Paese per fare shopping e si portano a casa marchi che hanno fatto la storia dell'intraprendenza italiana. Dopo la mossa della francese Lvmh che ha raggiunto oggi un accordo con la famiglia Bulgari per rilevare la società romana i cui gioielli fanno sognare le donne di tutto il mondo, il settore del lusso finisce nuovamente sotto i riflettori. Fa ancora male la "fuga" all'estero di grandi maison come Gucci e Valentino. Ma l'haute couture non è il solo settore in cui le multinazionali occidentali vengono in Italia per fare affari a svariati zeri. Dagli alimentari alla grande distrubizione ecco i principali "gioielli" che gli italiani non sono stati in grado di trasformare in colossi.

Bulgari venduta a prezzi altissimi

Con l'acquisizione del controllo di Bulgari, il marchio Luis Vuitton Moet Hennessy (Lvmh) ha compiuto un nuovo, importante, traguardo rivoluzionando completamente il mondo del lusso. Il marchio conta attualmente oltre sessanta brand, circa 2.400 punti vendita sparsi in tutto il mondo, ricavi pari a 20 miliardi di euro e oltre 77mila dipendenti. "I francesi hanno pagato multipli carissimi per una società che trattando il lusso, ca va sans dire, è cara", spiega l'analista Ulisse Severino facendo notare che Bulgari valeva questi prezzi nel 2007, prima cioè che scoppiasse la crisi finanziari ed economica in cui è piombato il mondo. Per Severino, "Lvmh è riuscita in questa operazione avendo messo sul piatto della bilancia un cifra estremamente interessante che ha ingolosito la famiglia". A fatturare cifre astronomiche come la francese Luis Vuitton c'è Gucci che l'anno scorso è stata divorata dal colosso francese Ppr. Il sistema Italia perde così un altro prezzo pregiato. "E' più facile incassare cifre spropositate e inserire sugli scaffali pezzi pregiati del made in italy - sottolinea Severino - piuttosto che organizzare un campione nazionale che competa a livello internazionale con colossi che ormai sembrano essere diventati veri e propri supermarket".

Il settore del lusso

L’ultimo esempio, in ordine cronologico, è stato il marchio Gianfranco Ferrè. Lo scorso 8 febbraio la maison fondata dall'architetto della moda è stata ceduta a Paris Group di Dubai, holding che fa capo al magnate Abdulkader Sankari e che controlla 250 boutique tra Emirati arabi, Kuwait e Arabia Saudita. Tra le prime memorabili vendite c'è sicuramente Gucci. Nata nel 1921 a Firenze dal gusto di Guccio Gucci, l'omonima azienda si specializza sin da subito in pelletterie artigianali. Il successo è pressoché immediato. Nel 1938 apre la prima boutique romana, in via dei Condotti. Nel dopoguerra esporta già negli Stati Uniti e nel 1936 il foulard Flora è al collo di Grace Kelly. Da Audrey Hepburn a Jackie Kennedy, tutte le americane impazziscono per la doppia G. Nel 1999 rileva l'etichetta francese Yves Saint Lauren, ma due anni dopo viene a sua volta comprata dalla francese PPR, un acronimo per Pinault-Printemps-Redoute. Sempre nella romana via dei Condotti nasce nel 1960 il sogno di Valentino Clemente Ludovico Garavani, meglio noto col più minimal Valentino. Dopo il trionfo nel 1962 della sua prima collezione al Pitti Moda, Valentino è già uno dei più apprezzati e popolari stilisti del globo. E' la rivista Vogue a consacrare il suo successo. In quarantacinque anni di estro e creatività Valentino diventa una griffe di sinonimo di altissima classe, ma quando il 4 settembre 2007 lo stilista dà l'addio alla moda il gruppo è già nelle mani della britannica Permira. Stesso destino per la Safilo (Società azionaria fabbrica italiana lavorazione occhiali), fondata nel 1934 da Guglielmo Tabacchi rilevando la Crniel di Calalzo di Cadore, forse la prima fabbrica italiana di occhiali che affonda la propria storia nel 1878. Oggi la Safilo, che confeziona occhiali per Emporio Armani, Valentino, Yves Saint Lauren, Hugo Boss, Dior e Marc Jacobs, è finita nelle mani del gruppo olandese Hal Holding.

Alimentari e grande distribuzione

La moda non è, purtroppo, l'unico settore in cui gli italiani sono costretti a cedere i propri gioielli. Nelle mani dei fondo di private equità francese Pai Partners è finita la catena Coin nata nel lontano 1916 quando il veneziano Vittorio Coin ottiene la licenza di ambulante per la vendita di tessuti e mercerie a Paniga. Stesso destino per la Standa, fondata nel 1931 da Franco Monzino con un capitale di 50mila lire. Il primo magazzino è storico: il 21 settembre apre i battenti in via Torino a Milano. Il nome dei magazzini Standard fu modificato, con la perdita delle ultime due consonanti, nel 1938. A volerlo è Benito Mussolini durante una parata a Roma in via del Corso. Le leggi fasciste imponevano,infatti, l'italianizzazione di tutte le parole straniere. Da allora la Standa passò di mano in mano per finire, nel 2001, all'austriaca Billa, controllata del gruppo tedesco Rowe. Tra gli scaffali dei supermercati sono innumerevoli i prodotti nati italiani e finiti in mani estere. Tra i maggiori compratori c'è sicuramente Unilever, multinazionale anglo-olandese proprietaria di svariati marchi che finisco sulle nostre tavole. Tra questi spiccano i gelati Algida, l'olio d'oliva Bertolli (poi ceduto alla spagnola Sos Cuetara), le confetture Santa Rosa e il riso Flora. Las storia più interessante è sicuramente quella dell'Algida, azienda nata a Roma nel 1945 e divenuta famosa nel Secondo dopo guerra grazie al Cremino. Quando nel 1999 l'Unilever la acquista, viene presa la decisione di globalizzare il logo in modo da eliminare le differenze locali. Nasce così Heartbrand, un cuore bianco stilizzato su uno sfondo rosso.

Il grande "shopping" della Nestlé

Tra i maggiori compratori in Italia c'è sicuramente la Société des Produits Nestlé, sicuramente la più grande azienda mondiale nel settore degli alimentari. Dagli omogeneizzati all'acqua minerale, dai surgelati ai cereali: nato nel 1860 quando il farmacista Henri Nestlé sviluppa un alimento per bebè che non possono essere nutriti al seno dalla mamma, oggi il gruppo svizzero è un leader incontrastato. A decine i marchi che la società ha comprato in Italia. Dalla Buitoni alla Motta, dai Baci Perugina all'Antica Gelateria del Corso. Alcuni più famosi, altri un po' meno. Le più famose etichette di acqua minerale italiana, per esempio, fanno tutte parte del colosso svizzero. Sempre nel capo degli alimentari, anche se non con l'irruenza della Nestlè, la spagnola Sos Cuetara ha effettuato diverse acquisizioni nel Bel Paese. Tra queste la Minerva Oli (proprietaria del marchio Sasso), la Carapelli e, rilevandole dall'Unilever, la Bertolli e l'olio Dante (quest'ultimo sarà poi ceduto all'italiana Mataluni nel 2009).

L'Italia non trattiene i propri gioielli

Mentre il settore delle moto va in controtendenza (Ducati e Mv Augusta tornano italiane), la maggior parte delle aziende finiscono in mani straniere. E' una tendenza degli ultimi vent'anni. Quelle citate sono solo alcune. L'elenco è lungo e fastidioso. Non va dimenticato, per esempio, il marchio Fiorucci, ora in mano a una società giapponese. Anche la telefonia, poi, ha subito lo stesso destino. Fastweb nasce nel 1999 a Milano in una joint venture tra e.Bisom e la comunale Aem. Il fine è realizzare una rete di fibra ottica che copra tutto il territorio del capoluogo lombardo. Oggi fa pate del gruppo svizzero Swisscom. A scandagliare tutti i mercati il solo a tenere è quello automobilistico. L'anno scorso, infatti, il colosso di Torino ha acquistato il 35 per cento dell'americana Chrysler. "L'iniziativa rappresenta una pietra miliare in rapido cambiamento nel settore - aveva commentato l'ad Sergio Marchionne - conferma l'impegno e la determinazione di Fiat e Chrysler nel continuare a giocare un ruolo significativo nel processo globale". Viene però da chiedersi per quale motivo lo stesso "ruolo significativo" non possa essere giocato anche in altri importanti settori dalle numerose aziende italiane che vi operano.

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