Angelo e Celestina, un amore «congelato» sul fronte russo

La storia che state per leggere mi è stata raccontata e documentata dalle nipoti del protagonista che da anni ormai risiedono a Spotorno, in provincia di Savona. Il 19 novembre 1942 nel corso della seconda guerra mondiale, l’armata rossa lanciò una massiccia offensiva per l’accerchiamento delle truppe tedesche che occupavano Stalingrado. La 3ª Armata romena, schierata a sud dell'Armir (Armata italiana in Russia) fu annientata. Il 16 dicembre, l’attacco Sovietico si concentrò anche contro le linee tenute dal II e XXXV Corpo Italiani. Il primo attacco russo fu respinto, ma il 17 i sovietici impiegarono le truppe corazzate, travolgendo le linee degli italiani e obbligandoli alla ritirata. Quasi prive di mezzi di trasporto adeguati, le divisioni di fanteria dell'Armir finirono in gran parte distrutte. Il Corpo d'Armata alpino Italiano continuò a tenere le sue posizioni sul fronte del Don. La Divisione di fanteria Vicenza, fu riposizionata sul fianco destro del Corpo alpino insieme al XXIV Corpo d'Armata tedesco, riuscendo a contenere lo sfondamento nemico. Il 13 gennaio 1943, i sovietici attaccarono nuovamente e travolsero la 2ª Armata ungherese, completando l’accerchiamento del Corpo d'Armata alpino. L'ordine di ripiegare dal Don venne dato solo il 17 gennaio, con grande ritardo. In dieci giorni, le tre divisioni alpine, la Divisione Vicenza di fanteria, alcune unità tedesche del XXIV Corpo e una gran massa di sbandati italiani, ungheresi e romeni, si ritirarono per più di 120 km, in condizioni climatiche proibitive (neve alta e temperature tra i -35° e i -42°), con pochi mezzi di trasporto ed equipaggiamento insufficiente, sottoposte ad incessanti attacchi di truppe regolari e di partigiani sovietici. Il 26 gennaio, la Divisione Tridentina riusciva finalmente a rompere l'accerchiamento sovietico presso Nikolajewka, mentre le divisioni Julia, Cuneense e Vicenza erano quasi del tutto annientate nella sacca.
Moltissimi italiani morirono, armi in pugno, nel corso dei durissimi combattimenti ingaggiati per difendere la propria vita e per rompere l’accerchiamento, moltissimi altri furono presi prigionieri e internati dai Sovietici nei campi di prigionia, dove la quasi totalità morirono dopo breve tempo per fame, stenti e malattie. Questa storia riguarda, un militare appartenente al 278° Reggimento della Divisione di Fanteria Vicenza: il Caporale maggiore Angelo Beretta, fatto prigioniero dai Russi il 29 gennaio del 43, a Voronesc, e internato successivamente nel campo di prigionia n. 3888 Mosga Regione Iscievsk, dove purtroppo morirà di broncopolmonite senza cure.
Angelo Beretta nasce a Barzanò, un piccolo comune del Comasco, il 1 ottobre del 1915, finiti gli studi, va a lavorare a Milano presso l’Atm, viene arruolato nel Regio Esercito in Fanteria e nel ’42 parte per la Russia, aggregato con il grado di Caporalmaggiore, al 278° Reggimento, Divisione Vicenza. Il giovane caporale ha circa 27 anni quando parte per il fronte, si è sposato il 4 maggio del 1940 con Celestina Cazzaniga, una brava ragazza del suo paese, nata nel 1917, da cui ha un figlio, Siro, che nasce l’11 dicembre 1941, 9 mesi prima che il padre salga sulla tradotta che lo trasporta in Russia. Beretta è un uomo in gamba, simpatico e solare, forte e vigoroso, aperto alle novità, prima di andare coscritto, ha conseguito il brevetto di pilota di aliante, lascia la moglie e il figlio con grande rammarico. Quando salirà sul treno sarà l’ultima volta che sua moglie lo vedrà.
Si sviluppa tra il Caporale e la moglie un’intensa corrispondenza epistolare, egli scrive alla donna che ama una e anche più lettere al giorno, cartoline postali reggimentali, in cui manifesta grande amore e tenerezza per la moglie, Celestina, apprensione per il figlio Siro di pochissimi mesi. Racconta nelle cartoline la quotidianità nella caserma, l’iniezione di vaccino polivalente che gli viene fatte, le esercitazioni e l’addestramento in vista della partenza, la cui data è sempre più vicina ma ancora tenuta segreta alla truppa, gli ordini di tenersi pronti a partire e i contrordini, il probabile blocco della posta e la censura militare, la scarsità di carta e inchiostro per le lettere alla famiglia, il desiderio intenso di poter leggere la Domenica del Corriere, e quindi il viaggio di avvicinamento, prima in treno, al fronte russo, i paesi che attraversa, l’Austria, il Belgio, la Cecoslovacchia, la Polonia le prime regioni della Russia, la sua meraviglia per i costumi regionali degli abitanti di questi posti. Poi le lunghe marce di avvicinamento, macinando decine e decine di chilometri ogni giorno, sotto il peso dello zaino affardellato. La salute è ottima, l’appetito non manca ma i piedi fanno tanto male per la strada fatta, racconta con simpatica umanità Angelo. Spesso le cartoline hanno dietro le righe della scrittura, un lato con delle ingenue vignette che mostrano l’azione al fronte dei nostri soldati. In una cartolina il Caporal maggiore, con tanta tristezza e nostalgia, racconta di un sogno bellissimo in cui può vedere suo figlio, Siro, che cammina già, purtroppo rimarrà un sogno e Angelo Beretta non potrà mai più rivedere la moglie o suo figlio.
Una cartolina parla dell’arrivo a Leopoli, ultima città della Polonia, del dispiegamento dei reparti, del freddo atroce che inizia a tormentare la truppa, scarsamente equipaggiata per l’inverno russo le cui temperature iniziano a scendere sotto i 20 °.
L’amore per la moglie, Celestina, e per il figlio Siro è una costante di tutte le lettere del soldato. Con la fine gennaio del ’43, la corrispondenza cessa, tutti i reparti italiani sono impegnati in durissimi combattimenti con i Russi che portano avanti la loro offensiva e c’è poco tempo per scrivere. Inizia il ripiegamento in condizioni terribili. Del Caporale Beretta, come di tantissimi altri, migliaia, si perdono le tracce. Ufficialmente il militare Angelo Beretta risulta disperso. Passano gli anni, decine di anni, il dolore tesse la sua trama, l’Unione Sovietica non restituisce i prigionieri, sempre ché siano ancora vivi e neppure comunica. La moglie non si rassegna e continua a chiedere notizie del marito a tutti gli enti, il figlio Siro cresce senza aver conosciuto il padre. In Italia nascono associazioni per la ricerca di notizie dei caduti e dei prigionieri della campagna di Russia: l’Unirr, Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, intesta nel giugno del ’92, una scheda di ricerca sul Caporal maggiore Angelo Beretta su richiesta della moglie e del figlio ed inizia le ricerche per poter avere notizie almeno sul luogo di inumazione.
Finalmente nel ’93 arrivano i primi risultati, il Beretta viene dichiarato deceduto il 28 marzo 1943, in località da precisarsi. Arriva anche una comunicazione ufficiale del Ministero della Difesa: «In seguito ai mutamenti politici avvenuti nell’Europa dell’Est, è stato concluso, nel 1991, un accordo intergovernativo che ha dato la possibilità a questo ministero della Difesa, di consultare gli Archivi Segreti di Stato a Mosca, ove è custodita la documentazione dei militari Italiani, prigionieri, deceduti nei territori dell’ex Urss nel corso della II Guerra Mondiale e considerati sino ad oggi dispersi. Dagli esiti delle ricerche effettuate è emerso che, il caporalmaggiore Beretta Angelo, già dichiarato disperso, è stato catturato dalle FF.AA. Russe il 29 gennaio 1943, a Voronesc, internato nel Campo n. 3888 Mosga Reg. ISCIEVSK, dove è deceduto il 28 marzo 1943... La speranza di poter recuperare e rimpatriare i resti mortali presenta difficoltà difficilmente superabili in quanto i sovietici hanno sepolto i nostri caduti in fosse comuni unitamente a quelli di altre nazionalità rendendone così impossibile l’identificazione». Il che significa che anche il Caporalmaggiore Beretta rimane in Russia.
Il dolore della vedova e del figlio fu grande. Ma nel 1995 il sindaco del Comune di Barzanò, dove nacque il caduto, si è fatto carico di erigere presso il Parco della Rimembranza una stele dedicata al C.M. Angelo Beretta. Fu una grande e degna manifestazione, dove vennero tributati i dovuti onori al caduto alla presenza della Celestina e di Siro che almeno videro riconosciuto il supremo sacrificio di un uomo che era stato inviato a perdere la vita in una terra lontana e desolata, lasciando a casa gli affetti più cari che si possano avere: la famiglia, l’amore per la donna della tua vita e per il frutto del tuo amore, tuo figlio.
Sono passati circa 70 anni dalla morte del C.M. Angelo Beretta, i cui resti mortali sono a tutt’oggi in Russia in una fossa comune assieme a tanti altri militari che parteciparono alla campagna di Russia. La moglie Celestina e il figlio Siro, lo hanno raggiunto da qualche anno, e questo è stato l’unico modo per poter riunire una famiglia che la guerra aveva diviso.
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