Antiberlusconismo, un agente patogeno che porta alla follia

Stimato Dottor Granzotto, allo scopo di alleggerire con un sorriso il fiume di esternazioni che ci intristisce, le suggerisco di ascoltare una sola volta la martellante conduzione a «Prima Pagina» di Rai3 della giornalista Antonella Rampino de «La Stampa». Sembra che in quella redazione vi sia un Berlusconi che agita un drappo rosso contro il quale, a testa bassa come toro inferocito, sonica velocità di eloquio, per circa un’ora la dolce Antonella, immedesimandosi nella «Pasionaria» Dolores Ibarruri, vomita quantità industriali di insulti e feroci critiche contro l’infame occupante di Palazzo Chigi e non tralasciando qualche cornata all’innominabile Feltri. Il tono della voce, poi, aumenta di qualche decibel nella difesa del purissimo giornalismo di «Repubblica» che ha il dovere di far domande e il diritto di ottenere pronte risposte, mentre dalle sue labbra scorre miele nell’esaltare la immensa competenza giuridica dei magistrati che accusano l’odiato B. Spero che Calabresi, estimatore del moralista Sofri, offra un congruo riconoscimento alla combattiva e pugnace collaboratrice.

Grazie per il consiglio, caro Lauro, ma preferisco astenermi. Tanto posso benissimo immaginare gli argomenti, i livelli del tono e l’ossessivo vocabolario di un’antiberlusconiana viscerale, sia essa giornalista o massaia, poco conta. Ormai è chiaro, l’antiberlusconismo non è più una scelta politica o, se vogliamo proprio esagerare, culturale. Non è più un argomento dialettico e nemmeno una scelta ideologica. È un virus, un agente patogeno: tal quale l’A/H1N1, quello della «gripa puerca». Un morbo che infetta la materia grigia finendo per alterare la personalità. Facile scommettere che in un futuro prossimo esso sarà studiato, oltre che nei manicomi, nelle facoltà di medicina. Non fosse così, non fosse cioè una disfunzione delle cellule cerebrali, non si spiegherebbe l’insistenza con la quale gli antiberlusconiani la battono e la ribattono con le famose dieci domande alle quali Berlusconi sarebbe tenuto a rispondere. Non si spiegherebbe l’insistenza con la quale affermano che quelle dieci domande altro non sono che la via maestra per «fare verità». Bene, supponiamo ch’io rivolga alla tosta Antonella Rampino l’ottava domanda («Lei ritiene di poter adempiere alla funzione di presidente del Consiglio?») così girata: «Lei ritiene di poter adempiere alle funzioni di giornalista?». Minimo minimo mi lancerebbe addosso tutto il bric-a-brac affastellato sulla sua scrivania, se non proprio la scrivania medesima. E ne avrebbe ben donde. Se poi le girasse di «dialogare», di «confrontarsi», Rampino potrebbe ribattere: non lo chieda a me, lo chieda ai miei lettori. Idem il Berlusca: se posso adempiere alle funzioni di presidente del Consiglio? Lo chieda ai 17 milioni 63mila 847 cittadini che mi hanno votato e voluto a Palazzo Chigi. Ma è fuor di discussione che la cosa migliore da fare - e il discorso vale per Rampino come per il Cavaliere - è quella di lasciar cadere, di non rispondere a domande con un così alto tasso di canagliesca provocazione. Ecco, caro Lauro: questo semplice ragionamento dettato dal buon senso sfugge al comprendonio degli antiberlusconiani. Perché il virus non perdona, annichilisce le capacità di giudizio limitandosi ad attivare un meccanismo belluino che li porta a vedere (e pensare) rosso al solo udire il nome di Silvio Berlusconi. Uno stato di ebetudine, per dirla papale papale, reso più doloroso dall’inaspettata, sorprendente, inspiegabile mancata sollevazione antiberlusconiana della società civile italiana, e passi, ma anche di quella internazionale. E non c’è niente di peggio per chi si crede depositario della verità, del giusto e del bene, l’essere mandato a quel paese. Si diventa isterici, maniaci compulsivi. Buoni per la camicia di forza.