Appello per scongiurare la morte dell'arte a Venezia

Che errore tenere chiusi i musei fino ad aprile. La città meraviglia andrebbe riaperta per prima

«Tu che mi hai dato/ Vigore per il viaggio/ Tu che mi hai ridato/ Per il torneo coraggio». Sono le parole con cui Ezra Pound definisce Venezia, nei versi giovanili di A lume spento, un anno prima del delirio di Marinetti, un chiaro riconoscimento nei confronti della città, dispensatrice di una nuova forza e di una nuova serenità. «Abito in alto al di sopra della gente/ Solo con la bellezza tutto il tempo./ Solo?/ Come sentirsi soli/ Con i miei grandi pensieri a paladini/ Contro ogni buio e pena ed amarezza?». Nella luminosa città le ombre della sua vita, la gabbia, la prigione trovarono grazia e consolazione: «O Dio, quale grande gesto di bontà/ abbiamo fatto in passato, e dimenticato,/ Che tu ci doni questa meraviglia,/ O Dio delle acque?».

Penso a Pound, mentre leggo che la città che ci è più mancata, che è mancata al mondo, si prepara alla sua rinascita con una scelta difficile da condividere, in gara con le irrazionali decisioni del governo: tenere chiusi i musei fino ad aprile.

Tenuto conto che, da sempre, gennaio è il mese più assonnato per Venezia, si può immaginare che una certa indolenza guidi le scelte degli amministratori, temperamenti certamente non rassegnati come il sindaco Brugnaro e le battagliere donne che guidano i musei, Maria Cristina Gribaudi, la presidente, Gabriella Belli, la direttrice. Cosa li abbia consigliati è difficile capire, soprattutto avendo il calendario indicato il Carnevale tra l'8 e il 25 febbraio. Venezia si rianima, le maschere si incontrano e trovano finalmente giustificazione. Ma, con o senza maschere, non è possibile immaginare Venezia senza l'incrocio di sguardi degli uomini e delle donne che stanno nelle stanze dei palazzi ad attenderci, come li vediamo nei dipinti di Pietro Longhi alla Querini Stampalia, e si affacciano dalle finestre della Procuratie Nuove in piazza san Marco per chiamarci. Penso al museo Correr, dove stanno nascoste, ma vogliono essere cercate, le Cortigiane di Carpaccio, una incantata madonnina di Lorenzo Lotto, la scimmia inerpicata su un albero della Pietà di Cosmè Tura, la Trasfigurazione e la Crocefissione di Giovanni Bellini. Qui ci attende anche il Canova nelle sale neoclassiche con Orfeo e Euridice e Dedalo e Icaro. Nella memoria si affacciano come persone, prigioniere di una malattia che non le riguarda.

E io penso alle nuove stanze degli appartamenti di Sissi, da poco restituiti alla visita dopo un sapiente restauro. La decorazione risale agli anni degli Asburgo, nel periodo 1836-1838 in previsione dell'arrivo dell'Imperatore Ferdinando I incoronato re del Lombardo-Veneto nel 1838 a Milano e nel periodo 1856-1858, per la visita di Stato dei Sovrani Francesco Giuseppe ed Elisabetta, Sissi, tra il novembre del 1856 e il gennaio 1857. L'imperatrice abitò qui di nuovo per altri sette mesi, tra l'ottobre del 1861 e il maggio del 1862. Non sono museo, per me, quelle stanze, perché io vi avuto gli uffici di ispettore e poi di Soprintendente alle Belle Arti, tra stucchi e affreschi, e ho frequentato gli ambienti solenni destinati agli uffici Unesco per i comitati internazionali per la salvaguardia di Venezia, sopra i giardini, solo da poco riaperti con le cure di Paolo Pejrone e Adele Re Rebaudengo.

Tutto chiuso? Non si può credere. Venezia è con le sue chiese e i palazzi, i suoi musei. Non può essere aperta e vissuta, con i musei chiusi. Sono musei perfino i ristoranti e gli alberghi, l'Harry's Bar e il Danieli, il Gritti e il Bauer che ti accoglie con il più grande De Pisis mai concepito. Le opere gridano, per il passato e per il presente. Vogliono uscire, vogliono essere viste.

A partire dal 1897, il Comune di Venezia avvia la collezione municipale d'arte moderna, in concomitanza con la seconda edizione della Biennale; e nel 1902 ne designa come sede Ca' Pesaro, grandioso palazzo barocco da poco donato alla città dalla duchessa Felicita Bevilacqua La Masa. Qui troveranno spazio anche i dipinti del secondo Ottocento che Pompeo Molmenti lascia alla città nel 1927. Contestualmente al trasferimento, nel 1922, delle collezioni nell'Ala Napoleonica, al Fondaco dei Turchi trova spazio il Museo di Storia Naturale. Nel 1923 viene acquisito anche il Museo del Vetro con sede a Murano in Palazzo Giustiniani: qui confluiranno, nel 1932, le varie raccolte di vetri. Nel frattempo, nel 1923, una convenzione con lo Stato affida al Comune di Venezia la gestione di Palazzo Ducale. Al 1931 risale la donazione alla città di Ca' Centanni, la casa natale di Carlo Goldoni, mentre nel 1932 il Comune acquista Ca' Rezzonico: sarà destinato a museo del Settecento veneziano e qui dunque troveranno spazio, su progetto di Giulio Lorenzetti e Nino Barbantini, nel 1936, le opere settecentesche della collezione Correr, oltre ad altre acquisizioni. Nel 1945 Alvise Nicolò Mocenigo dona alla città la sua dimora a San Stae. La Casa di Carlo Goldoni, arricchita dai fondi del Centro Studi teatrali, viene allestita e aperta al pubblico nel 1952 mentre, nel 1956, Henriette Fortuny lascia al Comune la casa-atelier di Mariano e le sue collezioni. Nel 1975 apre quindi al pubblico il Museo Mariano Fortuny e sei anni dopo, a Burano, nasce il Museo del Merletto nell'antica Scuola di Adriana Marcello. Il Museo di Palazzo Mocenigo apre al pubblico nel 1985 e qui, nell'annesso Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume, confluiscono, tra l'altro, le collezioni tessili di Teodoro Correr.

Venezia palpita e grida con i suoi musei. Negli anni Novanta il sistema museale civico si completa rinnovando e unificando la struttura organizzativa di tutte le sedi sotto un'unica direzione. Può tutto questo restare chiuso? Può la Giuditta di Klimt stare prigioniera, irrigidita nella sua cornice, disturbata da una insidiosa solitudine? Sembra di incontrare in piazza lo spavaldo uomo con il berretto rosso di Carpaccio per accertare se la Scuola di San Giorgio tenga i portoni chiusi. Contro chi? Mi hanno interrogato. Non ho risposto. Non sappiamo dove stiamo andando; siamo impotenti e svuotati. Mai una malattia ha piegato una comunità con una forza così esclusiva. Non ci sono prospettive, non ci sono certezze.

Cerco di capire: la scelta di Venezia è rassegnazione o speranza? È proiettarsi verso un futuro certo piuttosto che cercare di strappare qualche insufficiente concessione? Io l'avrei riaperta per prima, come un benefico sfogo. Non mi sembra possibile che io debba aggirarmi tra i fantasmi, non trovando speranza e certezza nell'arte. I vivi contagiano i corpi, le opere d'arte guariscono le anime. Bellini è una medicina. Non vederlo mi angoscia.

Incontrai negli anni Ottanta Olga Rudge, la moglie di Ezra Pound, che aveva vissuto con lui tempi terribili. Venezia consentiva la vita più semplice. Per affacciarsi al mondo veneziano di Pound, forse si può partire cercando quel «nido nascosto» in cui abitò con Olga. Bisogna recarsi allora in calle Querini 252, non lontano dalla basilica di Santa Maria della Salute. Una via stretta e cieca che s'imbocca dal rio della Fornace. In Discrezioni, Mary de Rachewiltz racconta le mattinate veneziane con il padre poeta. Dopo aver preso il traghetto a Punta del Giglio o a San Marco, facevano una prima tappa al «Bar Americano sotto l'Orologio, per un panino e un'aranciata». Poi andavano «su per le Mercerie a un negozietto dove si sceglieva una miscela di caffè... Qui si comprava anche grossi blocchi di cioccolato amaro, e io potevo portare il pacchettino. Poi da Moriondo, per il fragrante Apfelstrudel, e cioccolatini alla menta... Ritorno in Piazza, dove spesso si incontravano amici; dal giornalaio accanto all'ufficio postale, per giornali inglesi e francesi. Da un altro pasticcere, Colussi, per salatini al formaggio. Al panificio per il pane a cassetta, croissants e grissini, e un po' di conversazione con la moglie del panettiere, su grano, farina, prezzi. Voltato l'angolo, la fruttivendola... e consigli nella scelta del melone, pesche, fichi, insalata fresca croccante ricciolina, e pomodori non troppo maturi. Alla porta accanto, il macellaio: altro consulto sulla carne da tritare, le fettine di vitello o di fegato. Poi il pizzicagnolo, dove la scelta del formaggio si faceva difficile fra stracchino, belpaese, mascarpone, olandese o gruviera. Infine, e di rado, nella drogheria accanto per un pacchetto di menta...».

In questa quotidianità, i musei non possono restare chiusi. Coraggio, Brugnaro! Coraggio,Belli!

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