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Arianna Scommegna porta in scena il "Magnificat" di Alda Merini

Al Teatro degli Angeli fino al 22 maggio con la regia di Paolo Bignamini e la musica di Giulia Bertasi

Arianna Scommegna porta in scena il "Magnificat" di Alda Merini
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Dalla "Mater Strangoscias" di Giovanni Testori al "Magnificat" di Alda Merini: due testi imparagonabili, se non per l'intensità emotiva e stilistica che li contraddistingue. Un'attrice come Arianna Scommegna, milanese, che ha fondato l'A.T.I.R. con Serena Sinigaglia nel 1996, indipendente e impegnata artisticamente (premio Nazionale della Critica, Hystrio, Ubu e altri), ci ha già provato (la "Mater Strangoscias" è del 2011, il "Magnificat" del 2006): sono farina per il suo sacco.

La sua recitazione che misura la forza e il peso di ogni parola, la storia che porta con sé e quella che esprime oggi, è l'elemento che consente a due drammaturgie tanto importanti per il senso e per la lingua che le forma, di arrivare allo spettatore in modo chiaro e emotivamente coinvolgente.

Fino al 22, ore 20.30, al Teatro degli Angeli (via Pietro Colletta 21, www.incamminati.teatrooscar.it), la Scommegna porta il "Magnificat" nell'adattamento di Gabriele Allevi e la regia di Paolo Bignamini. Accompagna tutto lo spettacolo la musica di Katerina Haidukova alla fisarmonica, con melodie appositamente composte per questo "Magnificat" da Giulia Bertasi, che collabora con la Scommegna dal 2011 scrivendo le colonne sonore di molti suoi spettacoli. Suoni che aggiungono senso alla dimensione sacra e umana insieme dello spettacolo: il Magnificat è un testo di poco più di un centinaio di pagine, pubblicato nel 2002, in cui la poetessa evoca la Vergine soprattuttdi Giulia Bertasi per una produzione Teatro degli Incamminati. Il "Magnificat" è un testo di poco più di un centinaio di pagine, pubblicato nel 2002, in cui la poetessa evoca la Vergine soprattutto come Madre di Gesù, la donna in grado di accettare con naturalezza e spontaneità di essere "la povertà e la ricchezza, il sogno e la contraddizione, la volontà di Dio e la volontà dell'uomo, che tu educhi alla contemplazione".

Alda Merini scrisse il poema immedesimandosi nella condizione sospesa tra sacro e terreno della Vergine, e questo scarto, questa apparente contraddizione è forse l'aspetto più complicato da restituire al pubblico: "Maria è, nel medesimo tempo, se stessa, la ragazzina che era e la madre di Dio che sarà. Un cortocircuito vertiginoso e inafferrabile" dice Bignamini. Per uno spettacolo che riporta al senso stesso della vita: Maria accetta un compito, essere madre di Dio, che le era in qualche modo inconcepibile.

Come spesso lo sono per noi le prove complesse della vita. Certo è che "proprio in questo vertice poetico, al colmo del dolore e dell'umanità, Maria scorgerà nella sua sofferenza il senso di una possibile salvezza" conclude Bignamini.

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