Da Armani all’arcivescovo: in Italia c’è anche chi dice no

di Cristiano Gatti

Il principe della moda e l’arcivescovo dei disperati. Giorgio Armani e monsignor Montenegro. Uno a Milano, l’altro ad Agrigento. Sono agli antipodi della geografia e agli antipodi della vita: lo stilista cerca di guidare le tendenze della mondanità, il prelato cerca di guidare i moti dello spirito. All’apparenza non hanno proprio niente da spartire. Niente a che vedere. Ma nella sostanza sono simili e vicinissimi: si ritrovano sotto il tetto comune di gesti altamente simbolici. E visto come la gente si lamenta sempre dei giornali che riportano solo brutte notizie, vediamo se è possibile dare il giusto risalto e il giusto interesse anche a queste, inequivocabilmente belle notizie.
Giorgio Armani non lascia che i discorsi vadano troppo avanti. Quando gli fanno capire che in tanti lo vorrebbero senatore a vita, taglia subito corto: «È un ruolo molto impegnativo, non ne sono all’altezza. Ci sono tante persone in Italia che lo meritano più di me. Se davvero ci fosse questa nomina, non potrei accettarla». Più in grande, ricorda un episodio simile di qualche anno fa: un’università in cerca di facile pubblicità assegnò la laurea honoris causa a Fiorello. Ma il mattatore, nella nazione dove lo sport più praticato è regalare lauree ruffiane, gentilmente rifiutò: «So cosa significhi la fatica dello studio. Ho troppo rispetto per i ragazzi che si sacrificano e per le famiglie che li sostengono: se accettassi, me ne vergognerei». Il no di Armani è ai massimi livelli: le sue parole dimostrano l’estremo rispetto per la carica, in una nazione che da troppo tempo considera il Senato come un comodo ospizio per vecchietti di difficile collocazione, nonché la giusta considerazione di se stessi. Un conto è essere artisti grandiosi nella moda, un altro è legiferare per la Repubblica. Sembra di una banalità irrisoria, ma nel nostro clima sociale - tutti si sentono in grado di fare tutto - diventa una dichiarazione rivoluzionaria.
Poi c’è l’arcivescovo di Agrigento. Di fronte allo sfascio della sua terra, decide di rompere il pietoso e umiliante rito dei funerali riparatori, nella solennità del duomo tirato a lucido. No alle coreografie ipocrite. Per le due sorelline rimaste sotto le macerie del tugurio crollato, solo preghiera e lacrime. Mentre ancora i vigili del fuoco le cercano, monsignor Montenegro è in strada a trepidare con i poveri genitori. E dopo, durante le esequie, sta in mezzo alla gente di Favara, dove sente sia giusto stare. Proprio non gli va di rimettere in piedi il patetico cerimoniale dei moralismi e dei pentimenti postumi. Troppa rabbia per una disgrazia prevedibilissima. Il valoroso prete azzarda anche un discorso bellissimo, per una volta non genericamente rivolto alla mafia e alla corruzione, piaghe sociali che tutto inglobano e tutto spiegano. Con sottile ragionamento, punta il dito contro la mediocrità, categoria dell’anima e dell’intelletto diffusa anche tra gli onesti, quelli convinti d’essere in odore di santità per il semplice fatto di non rubare, ma che nel posto di responsabilità pubblica sfoderano solo accidia e ignavia, scambiando il servizio della politica per una personalissima palestra di narcisismo. È grande, l’arcivescovo. Ce l’ha con l’immobilismo del prima e con il facile senno del poi. Con queste immancabili inchieste che arrivano sempre a scoprire il risaputo, e cioè la vergognosa fatiscenza di almeno la metà del nostro Paese. Dove guardano, le solerti autorità inquirenti, quando passano davanti a certi quartieri che stanno in piedi soltanto per pietosa concessione del destino?
Ma che c’entra il gesto di Armani con il gesto di monsignor Montenegro, sembra normale chiedersi. Il filo rosso che li lega non è poi così difficile da individuare. In questa nuova fase di scoop sporcaccioni, col riaffiorare dell’Italia ricattata e ricattabile causa vergogne pubbliche e private, ricompare nitidissimo il barlume della speranza. Anche Armani e l’arcivescovo, dannazione, sono Italia. Esistono, sono tra noi, si muovono sul palcoscenico pubblico come i Corona e i Lapi, come i Marrazzo e i sindaci che usano la cassa comune per stordire le fidanzate. Se è vero, come raccontiamo indignati ai sondaggisti, che non ne possiamo più di cattive notizie e di squallori, vediamo se quest'altro genere sappiamo valutarlo e apprezzarlo ancora, quando emerge. Usciamo allo scoperto, dimostriamo nei fatti d’avere realmente fame di esempi e di valori positivi.
Armani e l’arcivescovo non hanno compiuto niente di eroico, non si sono immolati stoicamente in trincea, lanciando il moschetto senza munizioni in testa al nemico. Il senso di appartenenza e l’amore per la propria nazione, oggigiorno, non si dimostra più con gesti eclatanti e plateali: al punto in cui siamo, spiace doverlo ripetere ogni volta, il vero patriota è colui che semplicemente fa la cosa giusta. Al posto suo, ovunque si trovi: nel cuore di «Milanomoda» o nella curia più remota. Con serietà e con coerenza. Sì, con coerenza, è bene dirlo, anche se quest’ultima parola ci fa ormai talmente paura che frettolosamente l’abbiamo rottamata tra le virtù degli idioti. Ma la coerenza legnosa degli ottusi è una cosa, la coerenza di Armani e di monsignor Montenegro è tutta un’altra cosa: sta nel punto più alto, dove gli uomini riescono ancora a stabilire senza calcoli e senza convenienze, senza enfasi e senza fanfare, che cosa semplicemente sia giusto fare, in base ai propri princìpi. Neppure loro sono perfetti, può pure darsi che sbaglino: ma ci provano. Come opinione pubblica, o come società civile, o come diavolo vogliamo definirci, vediamo se ci riesce di cogliere il piacevole aroma dei loro rispettabili no. Prima di voltare velocemente la pagina, verso le succulente rivelazioni di Corona, che così tanto ci hanno stufato.
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